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Chi era Giovanni Paolo II? Ecco quello che non si sa sul papa polacco..

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    00 28/05/2012 14:52

    Chi era Giovanni Paolo II?

    Ecco quello che non si sa sul papa polacco..

     

     

    Al di là della tanta propaganda istituzionale operata da tv e giornali, quanti sanno chi era in realtà tale papa Giovanni Paolo II?

    La gente che crede di amarlo è perché non conosce la verità.


    Karol Wojtyła, in arte Giovanni Paolo II (Wadowice, Cracovia 1920 – Città del Vaticano 2005), papa (1978-2005), appena divenuto papa nel 1978 diede la prelatura personale alla congrega occulta dell’Opus Dei, ufficialmente una prelatura personale, in pratica un’autonomia giuridica dentro la Chiesa, la stessa considerata pericolosa dalla chiesa stessa. L’Opus Dei, anche detta Octopus Dei, “la piovra di Dio”, in riferimento alla struttura mafiosa dell’istituzione quanto mai segreta, detiene il controllo di circa una cospicua catena di banche ed un’infinità di aziende nel mondo.

    La stessa Opus Dei che tutt’oggi aliena i beni materiali dei nuovi adepti e, come è stato ampiamente dimostrato in seguito a testimonianze dirette dei fuoriusciti, li depersonalizza fino a renderli psicolabili, spesso causandone il suicidio; la stessa Opus Dei che al pari della mafia si è resa responsabile di misteriosi suicidi-omicidi noti e meno noti. Vogliamo credere che il papa non sia mai stato a conoscenza dell’identità sociale e politica dell’Opus Dei da lui stesso autorizzata, da lui stesso sostenuto per ben 27 anni?

    Il fondatore dell'Opus Dei, José María Escrivá de Balaguer (Barbastro 1902 – Roma 1975), fu amico e consigliere del dittatore fascista - stragista Francisco Franco. José María Escrivá de Balaguer, fascista, amico e consigliere del dittatore fascista - stragista Francisco Franco fu proclamato beato nel 1992, e canonizzato nell’ottobre del 2002 da Giovanni Paolo II.

    All’inizio degli anni ’80 Giovanni Paolo II difende la strategia nucleare e ne accetta il principio. 
    L’11 Giugno 1982 dichiara: <<La bomba atomica permette di andare verso la pace>>. L’episcopato francese condivide senza riserve dichiarando che: <<si tratta di lottare contro il carattere repressivo e aggressivo dell’ideologia marxista-leninista>>. Al contrario non fu mai espressa una condanna altrettanto ferma nei confronti del nazi fascismo.

    Tra 1976 e il 1983 durante la dittatura cilena di Augusto Pinochet poté portare fino in fondo il suo piano di terrore grazie all’acquiescenza delle diplomazie internazionali. Tra persone bruciate nei forni, gettate in fosse comuni oppure in mare aperto con i cosiddetti “voli della morte”, gestiti con macabra efficienza dall’Aeronautica militare, il quale le stime ufficiali hanno calcolato che morirono un milione di persone.

    La “sparizione forzata” è oggi considerata dal Tribunale penale internazionale e dalle Nazioni Unite un crimine contro l’umanità.

    Dopo il crollo delle dittature, in America latina furono istituite molte commissioni per indagare sulle sparizioni avvenute nei decenni precedenti e molti personaggi politici e militari (tra cui gli ex dittatori del Cile e dell’Argentina, Augusto Pinochet e Jorge Videla) furono inquisiti e in alcuni casi condannati. La dittatura argentina (che causò anche più di un milione di fuoriusciti) anche indifferenti alle denunce di alcune organizzazioni umanitarie e soprattutto a quelle delle Madres de Plaza de Mayo (Madri di piazza di Maggio), un’organizzazione formata da alcune madri di scomparsi già agli inizi del 1977.

    Ebbene, non solo Wojtyla andò a trovare personalmente in Cile Augusto Pinochet, autore di genocidi inauditi, uno dei peggiori trucidatori della storia, ma ne diventò persino suo amico. 

    Il papa polacco scioccò tutto il mondo quando 1987 in Cile strinse la mano del boia Augusto Pinochet affacciandosi con lui dalle finestre del palazzo presidenziale. In quella circostanza si guadagnò la lettera di “Giuda” da parte delle madri dei Desaparecidos. Oltre alle foto esistenti dei loro incontri, ci sono le prove che i due intrattennero un rapporto continuativo anche dopo quell’occasione, fino a si scambiarsi reciprocamente gli auguri ad ogni ricorrenza festiva.

    Come se ciò non bastasse, durante la sua visita in Croazia nell’ottobre 1998, Papa Woityla ha beatificato il dr. Aloysius Stepinac, vescovo cattolico, che si rese complice dei misfatti perpetrati in Croazia da Ante Pavelic. Wojtyla lo ha premiato, beatificando questo criminale. 

    Lo stesso Karol Woityla che nel 2000 ha avuto l’insolenza di “beatificare” Papa Pio IX.

    Per chi ancora non lo sapesse, Pio IX affermava nelle sue Instruzioni del 20.6.1866 che: “la schiavitù in quanto tale, considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina; Possono esserci molti giusti diritti alla schiavitù e sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi hanno fatto riferimento. Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato."

    Pio IX
    si è reso anche autore del famigerato Sillabo, dei crimini di razzismo contro gli ebrei, degli assassini di patrioti italiani che lottarono per l'unità d'Italia e della decapitazione del cappellaio romano Antonio De Felici (quest’ultimo condannato a morte perché sorpreso con uno scalpello da intagliatore su un pianerottolo delle scale del Palazzo Vaticano).

    I cattolici sul conto degli ebrei hanno diffuso le più assurde ed infami credenze ed accuse, tra cui quelle che il giudaismo prescriveva sacrifici rituali di cristiani e che gli ebrei impastassero la matzah, il pane azimo pasquale, col sangue dei cristiani: in questo modo hanno provocato ed istigato stragi di ebrei che sono state perpetrate sino alla fine del diciannovesimo secolo, anche “grazie” alle istigazioni all’odio razziale diffuse da Civiltà Cattolica, il giornale politico ed antisemita voluto e fondato da Pio IX nel 1850.

    A tale proposito ricordiamo che uno degli ultimi rapimenti, avvenuto a Bologna il 23.6.1858, fu quello di Edgardo Mortara. Il mandante di questo crimine fu Pio IX. Ebbene, Karol Woityla nel 2000 beatificò Pio IX.

    Ovverosia, Karol Woityla è stato capace di beatificare anche questo criminale.

    Il papa polacco, divenuto l’imbonitore delle folle, propagandato come personaggio carismatico,mise a capo della banca vaticana Paul Marcinkus, attraverso il quale la Chiesa Cattolica comprò azioni false e rubate per un miliardo di dollari, ed arrivò a gestire una mole impressionante di loschi affari che fruttarono alle proprie casse centinaia di milioni di dollari. 

    Lo IOR, ufficialmente l’Istituto per le opere religiose, è in realtà la banca di proprietà del Papa che sin dagli inizi, è stata più volte coinvolta nei peggiori scandali, corruzione e intrighi. Per decenni vi hanno transitato i capitali di Cosa Nostra, grazie a personaggi mossi dal Vaticano come Michele Sindona, Roberto Calvi. L’allora vescovo Paul Marcinkus, tra i tanti affari poco puliti, acquistava banche e società da Calvi e poi le rivendeva allo stesso Calvi a prezzi superiori.

    Tutto venne documentato da registrazioni ed intercettazioni dell’FBI, prima di diventare il Crack finanziario che tutti ricordano. Quando nel 1983 Paul Marcinkus venne riconosciuto colpevole di bancarotta fraudolenta, falsa emissione di assegni, e venne anche condannato per istigazione all’omicidio per il caso dell’Ambrosiano Veneto, papa Giovanni Paolo II consentì a Marcinkus di rifugiarsi negli Usa fino al 1992: anno in cui Marcinkus morì.

    Come mai Giovanni Paolo II non chiese un regolare processo per il delinquente Paul Marcinkus, ma al contrario, oltre a consentirgli un incarico che lo rese ricco, lo estradò negli Usa garantendogli la protezione fino alla fine dei suoi giorni?

    E’ Lo stesso papa polacco che suscitò lo sdegno dell’opinione pubblica quando rifiutò di ricevere Rigoberta Menchù, giovane guatemalca premio Nobel per la pace nel 1992.

    Rigoberta Menchù
    nel 1981, per sfuggire agli “squadroni della morte” (le milizie di estrema destra al soldo dei latifondisti e del governo), si recò in esilio in Messico, dove consacrò la sua vita alla lotta non violenta per i diritti delle popolazioni indigene centroamericane. Collaborò in seguito con la Commissione per i diritti umani dell'ONU a Ginevra e dal 1986 fu membro del Consiglio dell'ONU per i diritti degli indios.

    Per il suo impegno ottenne nel 1990 il premio dell'UNESCO e nel 1992, a soli trentatré anni, fu insignita del premio Nobel per la Pace. Karol Woityla rifiutò di riceverla.

    Pertanto non c’è da stupirsi che il cristianesimo ufficiale si schieri sia a favore della deterrenza nucleare per la guerra post-moderna, sia a favore della pena di morte.

    Tra Aprile e Giugno 1994 Wojtila ha consentito quasi un milione di morti in tre mesi in Rhuanda, rimanendo in omertoso silenzio: tacendo durante i massacri.

    Il genocidio dei Tutsi da parte degli Hutu nel Ruanda fu sostenuto, difeso, e coperto dalla chiesa cattolica e dall’istituzione in loco, con il silenzio-assenso del pontefice Giovanni Paolo II

    Costui è stato capace di esporsi per i religiosi che dovevano sfuggire alle insidie della guerra, ma non è stato pronto a farlo per la comunità dei Tutsi. Per quest’ultimi non solo non ha mai fatto nulla, né ha mai mostrato alcuna compassione, ma, al contrario, si è reso corresponsabile della discriminazione razziale prima della guerra in Rhuanda: la discriminazione per l’entrata in seminario, per la formazione, per l’ordinazione, fino a quella per la direzione di scuole cattoliche e l’avanzamento nella gerarchia ecclesiastica.

    Alcuni membri del clero hanno acquistato e distribuito molti machete, e, dopo aver localizzato le vittime, hanno preso parte agli orribili massacri. Questi cattolici hanno rinchiuso le vittime nelle chiese, le hanno incendiate, e poi hanno cancellato ogni traccia della carneficina con i Bulldozer.

    Ebbene, dopo lo sterminio, tra l’altro compiuto con il bene placido dell’allora ministro francese Francois Mitterand, la chiesa utilizza alcuni conventi per sottrarre i massacratori cattolici alla giustizia, attivando una cavillare e segreta rete di protezione per la fuga in Europa.

    La chiesa cattolica fornisce biglietti aerei grazie all’associazione Caritas International, proteggendo i criminali ed impedendo loro di essere processati e, come se ciò non bastasse, alcuni di questi vescovi vengono reinseriti nelle parrocchie.

    Dopo che la scoperta del genocidio diviene di pubblico dominio, Wojtyla corre ai ripari con una lettera salva facciata al presidente della Repubblica del Ruanda. Un comunicato formale senza neanche un’ombra di accusa nei confronti degli assassini, né una parola di rammarico per l’accaduto. Nessun atto di deplorazione né di pentimento da parte della chiesa. Papa Giovanni Paolo II chiede di sospendere la pena di morte per gli autori della carneficina, e non pronuncia, né pronuncerà mai, una sola parola di dolore per le vittime.

    Inoltre Wojtila ha coperto una quantità considerevole di abusi sessuali commessi da preti cattolici. 


    Il cardinale Stanislao Dziwisz, per quarant’anni segretario di Karol Wojtyla (ventisette dei quali in Vaticano), ed arcivescovo di Cracovia, ha coperto numerosi casi di abusi e molestie perpetrati da prelati polacchi e alte personalità ecclesiastiche.

    Nel mirino, il mancato intervento del braccio destro di Giovanni Paolo II in alcune vicende particolarmente scabrose, nonostante le circostanziate denunce coinvolgessero influenti personalità della gerarchia ecclesiastica. Tra questi, un arcivescovo connazionale e amico di don Stanislao e il fondatore dell’ordine religioso in maggior crescita oggi al mondo: i Legionari di Cristo.

    Fin dal 2000 l’«angelo custode» del Pontefice sarebbe stato informato di gravi casi di molestie che vedevano coinvolti prelati celebri, ma avrebbe «insabbiato» il dossier che proveniva dal clero polacco e da un tribunale ecclesiastico sudamericano. L’accusa è pesante, simile a quella che ha costretto alle dimissioni il cardinale Bernard Law, l’ex arcivescovo di Boston nominato arciprete di Santa Maria Maggiore a Roma.

    In primo luogo risulterebbe che il cardinale Dziwisz avrebbe ignorato le rivelazioni di esponenti della Chiesa polacca che avevano per oggetto un suo sodale. Invece di attivarsi per verificare le gravissime accuse contenute nelle informative, don Stanislao avrebbe tenuto prudentemente in un cassetto gli allarmanti documenti che gli aveva inviato, sette anni fa, un gruppo di sacerdoti per avvertirlo degli abusi di monsignor Juliusz Paetz, allora arcivescovo di Poznan, a danno di seminaristi.

    Nel 1999 erano ormai diffuse le voci di illecite avances compiute verso seminaristi dall’arcivescovo Paetz, stretto collaboratore del pontefice. Era accusato di recarsi da loro nottetempo, di abbracciare giovani religiosi in pubblico e di servirsi di una galleria sotterranea per andare dalle sue vittime. Il rettore del seminario prese seriamente le accuse e vietò all’arcivescovo l’ingresso al collegio.

    I preti che avevano indirizzato l’informativa riservata a don Stanislao si aspettavano una pronta reazione da parte del segretario del Papa e avrebbero scoperto, invece, con grande stupore, che Karol Wojtyla era stato completamente lasciato all’oscuro della vicenda.

    Lo scandalo dell’arcivescovo Paetz venne poi alla luce indipendentemente dalla denuncia fatta giungere a monsignor Dziwisz e portò alle clamorose dimissioni del presule polacco nel 2002. (da “Il libro nero del Vaticano”, ediz. Libreria Croce)

    Lo stesso Karol Wojtila il cui potere gli ha garantito la sopravvivenza del Cattolicesimo più retrivo, cosi’ come gli ha consentito di affermare il proprio inespresso lato artistico, con tanto di concerti papali insieme a nomi di fama mondiale e Rock Stars considerati “peccatori Doc”, ma redenti per la ghiotta occasione e per la giusta causa del Dio denaro. Il Giubileo ha anche ufficializzato il lato artistico del Santo Padre con l’uscita del compact disc Abba Pater, un cd poco suonato nelle radio e nelle discoteche, ma in compenso molto apprezzato nei conventi, nelle chiese, e nelle cerimonie funebri.

    In tutto il mondo abbiamo assistito all’evento del Giubileo, durante il quale l’anno “Santo” è stato gestito come una sorta di Woodstock per aristocratici, con tanto di merchandising ed introiti da Film Hollywoodiani, in seguito utilizzati per ristrutturare una parte degli appartamenti di proprietà del Vaticano, e rivenderli a più del doppio del loro valore. […]

    Lo stesso Wojtila tanto risoluto nell’escludere le donne dal sacerdozio quanto nello scagliarsi contro la contraccezione e l’uso del profilattico; quest’ultima sua crociata mediatica ha coinciso con l’aumento esponenziale di migliaia di morti per Aids nel mondo.

    In pratica è stata un’istigazione al suicidio ed omicidio di cui nessuno nella Chiesa ha mai pagato. Infatti a causa della chiesa a pagare sono sempre e comunque le vittime innocenti.
    (Ibidem)

    Grazie a Wojtila, il Vaticano nel Catechismo difende e giustifica la pena di morte (articolo 2267). Pertanto non c’è da stupirsi se nell’indice non è presente nessuna voce dedicata alla pena capitale.

    Mentre l’ingegnosa messa in scena mediatica ci mostrava un Giovanni Paolo II predicatore del bene e nemico del male, alcuni dei peggiori delinquenti frequentavano il Vaticano, venendo regolarmente ricevuti dal Papa in persona.
    E’ lo stesso Wojtila che intratteneva rapporti d’affari con personalità ambigue, frequentando personaggi quali Cesare Geronzi, Giovanni Bazoli, Calisto Tanzi, Fazio e Fiorani

    Quasi trent’anni vissuti tra la città del Vaticano ed il resto del mondo: è possibile che il papa frequentasse gente così senza sapere chi fossero?


    Che cosa avevano da condividere questi delinquenti con il papa?

    Vogliamo ancora continuare a credere che il papa non fosse a conoscenza dell’identità sociale e politica dei suoi amici?

    Karol Wojtila che ha vissuto nel lusso più sfrenato, nelle sontuose stanze regali del Vaticano circondato da imponenti servitù e preziosi tappeti rossi; lo stesso papa che mangiava con le posate d’oro, che andava in giro per il mondo con jet privati ed un esercito di persone per la sua scorta.

    Il tutto mantenuto a spese dei cittadini tramite la truffa istituzionalizzata dell’otto per mille, ottenuta dallo stesso Wojtila grazie alla legge del 1985 del suo amico Bettino Craxi




    LOGICA CONCLUSIONE

    Questa cospicua ed indegna parte della nostra storia è avvenuta sotto i nostri occhi, mentre i Mass Media mostravano al mondo un papa Wojtila che predicava a favore dei poveri e contro la ricchezza: la medesima ricchezza imperialista che Giovanni Paolo II ha sostenuto a spada tratta dietro le quinte.

    La gente che ritiene di amarlo lo crede perché non conosce la verità.

    Il Giovanni Paolo II che i Mass Media ci hanno mostrato per 27 anni - e che ancora ci mostrano - è la facciata ripulita, costruita ad Hoc per le masse, mentre il pontefice e la chiesa operavano indisturbati nei loro loschi affari.

    Le informazioni che il cittadino riceve dai media sono talmente ben manipolate che anche l’occhio più esercitato è facilmente tratto in inganno.

    Le forze teocratiche vogliono incessantemente proporre una maschera, una parvenza di potenti illusioni; perciò fanno leva sull’illusione della legalità, la quale fa parte della messa in scena voluta dai detentori del monopolio politico.

    Il popolo italiano viene ridotto al punto che da lui si pretendono le pezze d’appoggio destinate a mandarlo in rovina.

    L’attuale regime teocratico che rappresenta la nostra società ne è la piena conferma.

    Il resto è storia, ovverosia l’indegno dietro le quinte oculatamente nascosto: la vera faccia del polacco Wojtila.

    Segno evidente che la chiesa cattolica non è mai stata, non è, e non potrà mai essere amica dei popoli oppressi.

    Al contrario, come la storia c’insegna, la chiesa cattolica è il simbolo dell’oppressione di tutti i diritti civili nel quadro della soppressione degli essenziali diritti umani.


     
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    Sonnyp
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    00 28/05/2012 20:33
    Ci sono le prove Raf?
    Questo tread particolare che hai aperto sul precedente papa, ha suscitato in me particolari curiosità che vorrei approfondire....
    Poichè, SICURAMENTE sei più bravo di me a reperire questi argomenti e possibilmente le relative prove, ti chiedo espressamente un favore personale: Ci sono le prove di quello che sotto ti riporto quotando?


    A tale proposito ricordiamo che uno degli ultimi rapimenti, avvenuto a Bologna il 23.6.1858, fu quello di Edgardo Mortara. Il mandante di questo crimine fu Pio IX. Ebbene, Karol Woityla nel 2000 beatificò Pio IX.

    Ovverosia, Karol Woityla è stato capace di beatificare anche questo criminale.





    E questo è il secondo punto, ancora più importante che mi servirebbe per porre in silenzio una volta per tutte una certa persona. Grazie per il tuo aiuto. Shalom.


    Tra Aprile e Giugno 1994 Wojtila ha consentito quasi un milione di morti in tre mesi in Rhuanda, rimanendo in omertoso silenzio: tacendo durante i massacri.

    Il genocidio dei Tutsi da parte degli Hutu nel Ruanda fu sostenuto, difeso, e coperto dalla chiesa cattolica e dall’istituzione in loco, con il silenzio-assenso del pontefice Giovanni Paolo II.

    Costui è stato capace di esporsi per i religiosi che dovevano sfuggire alle insidie della guerra, ma non è stato pronto a farlo per la comunità dei Tutsi. Per quest’ultimi non solo non ha mai fatto nulla, né ha mai mostrato alcuna compassione, ma, al contrario, si è reso corresponsabile della discriminazione razziale prima della guerra in Rhuanda: la discriminazione per l’entrata in seminario, per la formazione, per l’ordinazione, fino a quella per la direzione di scuole cattoliche e l’avanzamento nella gerarchia ecclesiastica.





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    Claudio Cava
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    00 28/05/2012 21:28
    Re: Ci sono le prove Raf?
    Sonnyp, 28/05/2012 20.33:

    Questo tread particolare che hai aperto sul precedente papa, ha suscitato in me particolari curiosità che vorrei approfondire....
    Poichè, SICURAMENTE sei più bravo di me a reperire questi argomenti e possibilmente le relative prove, ti chiedo espressamente un favore personale: Ci sono le prove di quello che sotto ti riporto quotando?


    A tale proposito ricordiamo che uno degli ultimi rapimenti, avvenuto a Bologna il 23.6.1858, fu quello di Edgardo Mortara. Il mandante di questo crimine fu Pio IX. Ebbene, Karol Woityla nel 2000 beatificò Pio IX.

    Ovverosia, Karol Woityla è stato capace di beatificare anche questo criminale.









    Caso Edgardo Mortara



    Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

    Il caso Edgardo Mortara fu una vicenda storica, avvenuta in pieno Risorgimento italiano nell'allora Stato Pontificio, riguardante la sottrazione, da parte delle autorità, di un bambino dalla propria famiglia di origine ebrea avvenuto il 23 giugno 1858 e suo trasferimento a Roma.

    I fatti ebbero inizio a Bologna, quando Edgardo Levi Mortara, nato il 27 agosto 1851, fu battezzato nel suo primo anno di vita, all'insaputa dei suoi genitori, dalla domestica che lo riteneva a rischio di morte imminente a causa di una malattia.

    Per effetto delle leggi vigenti nello Stato Pontificio, che prevedevano l'obbligo di impartire un'educazione cattolica a tutti i battezzati, i genitori del bambino persero la patria potestà e Edgardo ricevette un'educazione in un collegio cattolico al di fuori della famiglia d'origine.

    Una volta rivelato al grande pubblico, il "caso Mortara" divenne ben presto uno scandalo internazionale le cui ripercussioni si avvertono ancora oggi all'interno della Chiesa cattolica e ne influenzano tuttora le relazioni con le organizzazioni ebraiche. Alcuni storici cattolici sostengono che dietro la strumentalizzazione mediatica del caso vi fosse la mano di Cavour che lo utilizzò contro lo Stato pontificio per mettere in difficoltà i cattolici francesi e Napoleone III (in qualche modo era il garante della Stato pontificio) e poter sfruttare la situazione in favore del Piemonte.[1].

    Il caso

    La sera del 23 giugno 1858 la polizia dello Stato Pontificio, che a quei tempi comprendeva ancora Bologna, si presentò alla porta della famiglia ebrea di Salomone Momolo Mortara e di sua moglie Marianna Padovani per prelevare il sesto dei loro otto figli, Edgardo (che all'epoca aveva sei anni) e trasportarlo a Roma dove sarebbe stato allevato dalla Chiesa.

    La polizia agiva su ordine del Sant'Uffizio avallato da papa Pio IX[2]. I rappresentanti della Chiesa riferirono che una cameriera cattolica della famiglia Mortara, la quattordicenne Anna Morisi, aveva battezzato il piccolo Edgardo[3] durante una malattia ritenendo che se fosse morto sarebbe finito nel limbo. Il battesimo di Edgardo lo rendeva cristiano e secondo le leggi dello Stato pontificio una famiglia ebrea non poteva allevare un cristiano sebbene fosse il loro figlio. Le leggi dello Stato Pontificio non permettevano ai cristiani di lavorare per gli ebrei né agli ebrei di lavorare in casa di cristiani[4] (la legge peraltro restava largamente disattesa[3]). La stessa Morisi, secondo quanto riferito da Mortara, avrebbe ricevuto indicazione, sei anni dopo il fatto, di battezzare segretamente il fratello più piccolo di Edgardo, Aristide, anch'egli gravemente malato; la Morisi si rifiutò tuttavia di farlo, adducendo come ragione il fatto che aveva fatto analoga cosa per Edgardo reputando che non sarebbe sopravvissuto, e non voleva ripetere l'errore[4]. Questa sua indiretta confessione portò quindi, con circa sei anni di ritardo, le autorità ecclesiastiche a conoscenza del fatto che Edgardo Mortara era stato battezzato all'insaputa dei genitori[4].

    Edgardo Mortara fu tradotto a Roma presso la Casa dei Catecumeni[5], istituzione nata a uso degli ebrei convertiti al cattolicesimo[3], e mantenuta con i proventi delle tasse imposte alle sinagoghe dello Stato Pontificio[3][6]. Ai suoi genitori non fu permesso di vederlo per diverse settimane e, quando in seguito fu loro concesso, non poterono farlo da soli[7]. Pio IX prese interesse personale alla storia e tutti gli appelli alla Chiesa, per il ritorno del piccolo presso suoi genitori, vennero respinti.

    Ripercussioni [modifica]

    Il caso giunse alla ribalta sia in Italia che all'estero. Nel Regno di Sardegna, che allora era lo Stato indipendente centro dell'unificazione nazionale, sia il governo sia la stampa citarono l'accaduto per rafforzare le loro rivendicazioni alla liberazione delle terre italiane dall'influenza temporale dello Stato Pontificio.

    Le proteste furono appoggiate da organizzazioni ebraiche e da figure politiche e intellettuali britanniche, americane, tedesche e francesi; proprio a Parigi l'episodio, unito ad altri atti di antisemitismo messi in atto dalla Chiesa e da personaggi del mondo cattolico, fu lo spunto per la nascita dell'Alleanza Israelitica Universale[7]. Ma le critiche non mancarono anche dai cattolici. L'abate francese Delacouture, docente di teologia, pubblicò sul quotidiano Journal des débats del 15 ottobre 1858, una sdegnata analisi del caso, ove lamentava che il rapimento del fanciullo Mortara era stato fatto "violando le leggi della religione, oltre quelle della natura".

    Non passò molto tempo che i governi di tali Paesi si unirono al coro di chi chiedeva il ritorno di Edgardo dai suoi genitori. Protestò anche l'imperatore francese Napoleone III nonostante le sue guarnigioni permettessero al Papa di mantenere lo status quo in Italia[8]. Pio IX fu refrattario a tali appelli, principalmente provenienti da protestanti, atei ed ebrei. Quando una delegazione di notabili israeliti incontrò Edgardo nel 1859 egli disse: «Non sono interessato a cosa ne pensa il mondo». Inoltre nel suo memoriale annotò "Allorché io venivo adottato da Pio IX tutto il mondo gridava che io ero una vittima, un martire dei gesuiti. Ma ad onta di tutto ciò, io gratissimo alla Provvidenza che mi aveva ricondotto alla vera famiglia di Cristo, vivevo felicemente in San Pietro in Vincoli e nella mia umile persona agiva il diritto della Chiesa, a dispetto dell'imperatore Napoleone III, di Cavour e degli altri grandi della terra. Che cosa rimane di tutto ciò? Solo l'eroico non possumus del grande Papa dell'Immacolata Concezione».[9] In un altro incontro fece partecipare Edgardo per mostrare che il ragazzo era felice sotto le sue cure. Nel 1865 disse: «Avevo il diritto e l'obbligo di fare ciò che ho fatto per questo ragazzo, e se dovessi farlo lo farei di nuovo». Questo poiché, spiegano i sostenitori della correttezza dell'azione pontifica, i suoi genitori, contravvenendo a una precisa legge dello Stato pontificio, avevano assunto una domestica cristiana, Anna Morisi che vedendo il piccolo in punto di morte, lo battezzò di nascosto. Solo alcuni anni dopo, per una serie di circostanze,la ragazza svela il fatto. Che fare? Quella norma, non rispettata dai Mortara, era stata pensata non certo per favorire un regime di apartheid, ma proprio per evitare situazioni del genere[affermazione POV da dimostrare.] D'altra parte, la Chiesa proibiva il Battesimo dei bambini di famiglie non cattoliche, ma aggiungeva, e aggiunge anche oggi, che il sacramento poteva essere amministrato, anche contro il volere dei genitori, in punto di morte. II caso Mortara passa attraverso queste contraddizioni dottrinali e in questa situazione il papa pronunciò il suo "non possumus" (non possiamo). Essendo il battesimo religiosamente valido, da un punto di vista cattolico era dovere del Papa garantire al bambino un'educazione cristiana, non considerando ne la non consapevolezza del bimbo quando ricette il battesimo ne il desiderio e la religiosità della sua famiglia d'origine. In quest'ottica Il Papa non poteva fare diversamente e si comportò di conseguenza, cercando inizialmente un compromesso con i Mortara: si provò a convincerli a far entrare il ragazzo in un collegio di Bologna: così sarebbe rimasto a contatto con la famiglia e a 17 anni avrebbe deciso il suo futuro, liberamente. Ovviamente non fu raggiunto un accordo con i genitori e nell'estate del 1858 il bambino fu portato via, a Roma.[10]

    Il caso Mortara diffuse in Italia e all'estero l'immagine di uno Stato Pontificio anacronistico e irrispettoso dei diritti umani nell'età del liberalismo e razionalismo contribuendo a persuadere l'opinione pubblica in Francia e in Gran Bretagna sull'opportunità di permettere ai Savoia di muovere guerra contro lo stato Pontificio nel 1859. Quando Bologna, alla fine della seconda guerra d'indipendenza, fu annessa al Regno di Sardegna, i Mortara fecero un ulteriore tentativo di riavere il loro figlio, ma non ci riuscirono.

    Nel 1867 Edgardo entrò nel noviziato dei Canonici Regolari Lateranensi. Dopo la Presa di Roma del 20 settembre 1870 i coniugi Mortara, tentarono nuovamente, ma Edgardo rifiutò di tornare. Di fronte a questa posizione inaspettata, il nuovo questore della città, si presentò nel convento di San Pietro in Vincoli chiedendo al ragazzo di lasciare quella vita ottenendo un nuovo rifiuto[11].Per sottrarsi a ulteriori sollecitazioni, forse anche su suggerimento di Pio IX, Edgardo lasciò la città e si recò prima in Tirolo, poi in Francia[7].[12] L'anno seguente suo padre Momolo morì. In Francia Edgardo venne ordinato prete all'età di ventitré anni e adottò il nome di Pio. Egli fu inviato come missionario in città come Monaco di Baviera, Magonza, Breslavia per convertire gli ebrei, peraltro con scarso successo. Egli imparò a parlare nove lingue incluso il basco.

    Durante una serie di conferenze in Italia ristabilì i contatti con la madre e i fratelli, e tentò di convertirli[7]. Nel 1895 partecipò al funerale della madre e due anni più tardi fu negli Stati Uniti, ma l'arcivescovo di New York fece sapere al Vaticano che si sarebbe opposto ai tentativi di Mortara di evangelizzare gli ebrei in terra americana e che il suo comportamento metteva in imbarazzo la Chiesa. Mortara morì l'11 marzo 1940 a Liegi dopo aver passato diversi anni in un monastero[13].

    Nella citata memoria in favore della beatificazione di Pio IX, menzionata in chiave apologetica anche da Vittorio Messori[14], Mortara scrive che poche settimane dopo il suo sequestro da parte delle guardie pontificie e la sua traduzione a Roma ricevette la visita dei suoi genitori, ma che non desiderava rientrare in famiglia, a suo dire per effetto di una «grazia sopranaturale» che lo tratteneva[4]; inoltre, come ulteriore prova addotta da Mortara a tale «grazia», questi riferì di avere ricevuto la visita dei suoi genitori dopo avere servito una Messa ad Alatri, e di essersi spaventato, tanto da rifugiarsi sotto la tonaca di un sacerdote[4], sì da convincere il vescovo della città a tenerlo in custodia per «evitarne il rapimento» da parte dei genitori[4].

    Tali dichiarazioni sono giudicate dalla pronipote di Edgardo, Elèna Mortara, in una sua intervista a Confronti, come caso esemplare di condizionamento subito nell'età evolutiva «da questo bambino di sei anni: violenza psicologica, esistenziale, religiosa»[7], al quale fu detto che la sua famiglia, ebrea, era «indegna» di crescerlo in quanto cattolico (tanto da considerare un favore e non un diritto rivederlo: «Ora peraltro codesti genitori si presentano a S. Santità non col solo sembiante di umili supplicanti, ma colla franchezza di chi credendosi oppresso da un atto arbitrario, chiede gli sia resa giustizia»[7]), e al quale furono tolti tutti i riferimenti familiari, sociali e psicologici[7] e che anche una volta cresciuto non si rese conto dell'abuso commesso nei suoi confronti e quello della sua famiglia a causa dell'«educazione cattolica ricevuta»[7] che «lo aveva portato a vedere un disegno provvidenziale nella sua condizione di figlio "adottato da Pio IX"»[7].

    Più in generale, oltre a essere un argomento ricorrente della polemica antipapista, il caso Mortara fu una delle principali ragioni di opposizione (anche da parte cattolica[15]) alla beatificazione di Pio IX[5], avvenuta nel 2000.
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    Claudio Cava
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    00 28/05/2012 21:33
    Re: Ci sono le prove Raf?
    Sonnyp, 28/05/2012 20.33:

    E questo è il secondo punto, ancora più importante che mi servirebbe per porre in silenzio una volta per tutte una certa persona. Grazie per il tuo aiuto. Shalom.


    Tra Aprile e Giugno 1994 Wojtila ha consentito quasi un milione di morti in tre mesi in Rhuanda, rimanendo in omertoso silenzio: tacendo durante i massacri.

    Il genocidio dei Tutsi da parte degli Hutu nel Ruanda fu sostenuto, difeso, e coperto dalla chiesa cattolica e dall’istituzione in loco, con il silenzio-assenso del pontefice Giovanni Paolo II.

    Costui è stato capace di esporsi per i religiosi che dovevano sfuggire alle insidie della guerra, ma non è stato pronto a farlo per la comunità dei Tutsi. Per quest’ultimi non solo non ha mai fatto nulla, né ha mai mostrato alcuna compassione, ma, al contrario, si è reso corresponsabile della discriminazione razziale prima della guerra in Rhuanda: la discriminazione per l’entrata in seminario, per la formazione, per l’ordinazione, fino a quella per la direzione di scuole cattoliche e l’avanzamento nella gerarchia ecclesiastica.






    11


    Perche' Karol Wojtyla e' moralmente responsabile del genocidio rwandese

    Con questo post concludo la mia trilogia su Woytyla in occasione della sua beatificazione.I due post precedenti sono intitolati "Beato Karol Wojtyla, protettore degli assassini" e "Beato Karol Wojtyla protettore dei pedofili". Si tratta di una riedizione che vi permettera' di apprezzare il Dragor prima maniera.

    Non lo avete notato? I preti possono commettere i crimini piu' infami e c'è sempre chi li difende. Ecco il risultato di secoli di lavaggio del cervello e dell'intox cui siete sottoposti ogni giorno. Sono pedofili? No, è maldicenza. Ti fanno un genocidio? Non ci sono le prove. Non bastano le chiese rwandesi piene di cadaveri calcinati, quelli dei poveracci attirati in chiesa dal prete o dalla suora che poi hanno chiamato le squadre della morte. No, non ci sono le prove. Secondo qualcuno non emergono prove di un coinvolgimento diretto del papa. Si', forse qualche prete Hutu ha fatto bobo a un Tutsi, ma si tratta di casi isolati, non è il caso di generalizzare e soprattutto di prendersela con il santo padre che è tanto buono. Dragor ha torto, e' un fanatico anticlericale, ha interessi personali che stravolgono la sua visione dei fatti. E' in errore.

    No, in errore siete voi e vi spiego subito perché. Perché Wojtyla non capiva niente dell'Africa. Forse capiva tutto di Wadowice o di Czestochova (personalmente ne dubito, perché un individuo cosi' ottuso doveva avere una percezione limitata anche della sua realtà casalinga), ma dell'Africa non capiva nun fico secco. Perché la sua cultura, o meglio incultura, era quella di un contadino polacco. Non fate caso alla crosta. La grattate via e trovate il contadino polacco, ignorante, furbo, ottuso, con la tipica presunzione che scaturisce dall'ignoranza. Capiva soltanto che l'Africa era un continente abitato da poveri, che la chiesa aveva bisogno di poveri per sopravvivere e che doveva piantare le radici in quel continente a qualsiasi costo. Quanto la gente mangia e studia, addio chiesa. Molti sostengono che l'Africa sia la chiesa dell'avvenire. E' certamente quella del presente.

    Nel mio post "Rwanda!" additavo le responsabilità della Chiesa di Roma. I preti, quelli che bruciavano i Tutsi, prendevano ordini dai vescovi e i vescovi prendevano ordini dal papa. Lo so, me l'hanno detto loro. Li ho fatti parlare. Una delle mie specialità è far parlare gli Hutu (con le buone, non con le cattive). Se voglio, gli faccio spiattellare perfino i peccati delle loro madri.

    A questo punto dobbiamo metterci d'accordo sul linguaggio. Non sto dicendo che Wojtyla ha ordinato: "Tagliatemi a pezzi tutti i Tutsi e guai a voi se ne lasciate uno intero". No, era troppo furbo (dico furbo, non intelligente). Ma se ricevo un vescovo Hutu a Roma, quello che dico nell'atmosfera ovattata di una sala del Vaticano non viene recepito allo stesso modo sulle colline del Rwanda o del Burundi. Se, in una sala del Vaticano, dico a un vescovo Hutu "i Tutsi mi fanno soffrire, perché non ascoltano i missionari e vogliono avere sempre ragione. Oh, se fossero come voi, che dite sempre si', bwana! Nelle vostre prediche, dite che fanno piangere il papa. Dite che voi Hutu siete più numerosi, che i Tutsi devono piegarsi alla vostra volontà. Dite alla gente che in Burundi deve battersi contro il loro potere e che in Rwanda deve battersi perché il potere rimanga agli Hutu. Fate capire che non sono dei buoni cristiani. Non esitate a usare l'arma della scomunica per far capire alla gente che sono nemici della Chiesa di Roma", fra le colline del Burundi e del Rwanda il discorso viene recepito in questo modo: ""Gli Inyenzi (scarafaggi) fanno piangere il papa, quindi sono l'incarnazione del male. Sono una banda di scomunicati, sono diavoli. E uccidere il diavolo è il primo dovere di ogni buon cristiano, cosi' tagliamoli a fette e assicuriamoci un posto in paradiso".

    Ecco come viene recepito il messaggio in Africa. Lo avrebbe capito anche un idiota, ma ovviamente non il papa (sempre che fosse in buona fede). Perché cercare l'intelligenza in un papa è come cercare l'acqua su Marte.

    Questo è il messaggio che i preti locali ripetono per anni, in modo ossessivo, da una settimana all'altra quando fanno la predica ai contadini Hutu. Lo stesso messaggio è ripreso dai prefetti e dalla radio Mille Collines. Tanto c'è la benedizione del papa. Nel migliore (per lui) dei casi, Wojtyla ha giocato all'apprendista stregone, trafficando con una realtà più grande di lui che a un certo punto gli è scoppiata in faccia. Del resto il papa non è uno stregone? Che differenza c'è fra il papa, che cerca d'impressionare la gente con fumi e sortilegi, e uno stregone, che cerca d'impressionare la gente con fumi e sortilegi? Entrambi, quando si sentono minacciati, diventano pericolosi. Possono fare di tutto per eliminare i presunti nemici e conservare i loro privilegi. Come ho scritto in "Rwanda!", Wojtyla ha creato le premesse per il massacro. La chiesa cattolica lo ha fatto storicamente, leggete la storia del Rwanda. E Wojtyla lo ha fatto fino alla morte. Gli Hutu si sono sentiti autorizzati a massacrare i Tutsi. Si sono sentiti autorizzati a massacrare mia moglie, come potete leggere in "Rwanda!" Per me è come se l'avesse massacrata Wojtyla. Ha armato le loro mani, ha lavato le lo coscienze, ha virtualmente benedetto il massacro. Del resto lo si vede nei processi al Tribunale Internazionale di Arusha (e in quello di Kigali). Quando gli chiedono perché hanno tagliato a fette i Tutsi, i criminali rispondono: il prete ciu aveva detto che ogni Tutsi è un diavolo, che ogni Tutsi è Satana, non sapevamo di fare male." Ecco quello che dicono. E chi l'ha detto ai preti? I vescovi. E chi l'ha detto ai vescovi? Chi ha alleggerito la coscienza degli assassini? Wojtyla, con la sua insipienza, la sua ignoranza, il suo cinismo e la sua brama di potere. Si dice che uno stupido possa fare più danni di una bomba atomica. Wojtyla batte Hiroshima 1.000.000 a 150.000. Ma queste cose si pagano. Non è giusto che quel criminale sia morto senza venire processato. E' giusto, invece, che lo facciano santo, perché fra i santi c'è una quantità di criminali, volontari o semplicemente irresponsabili. Sarà in buona compagnia.

    Se qualcuno dice che sono l'unico a sostenere la colpevolezza di Wojtyla. si sbaglia di grosso. Potrebbe leggere "Rwanda, Histoire d'un Génocide" di Colette Braeckman, Fayard, 1994. Fra l'altro Colette è una mia amica. Ha rischiato la pelle per scrivere quel libro e per descrivere quello che è accaduto dopo la presa di potere dell'FPR, la guerra in Zaire e tutto il resto. Potrebbe leggere "La Nuit Rwandaise" di Jean-Paul Gouteux. Potrebbe leggere gli articoli della rivista Golias, che sar' cattolica ma ha gli occhi aperti e non fa sconti a nessuno. In ogni caso, davanti ai preti, le lingue si paralizzano. E la chiesa è maestra nel nascondere le prove, coprire le tracce, negare le verità piu' evidenti. Ha venti secoli di esperienza. Nel mio post "Pensierino Domenicale", archivio di maggio, racconto come un prete possa proclamare in pubblico che "la Chiesa è sempre stata contro la pena di morte" senza che nessuno si azzardi a contraddirlo. E sappiamo tutti che è una balla grossa come una casa.

    Come la storia delle scuse di Wojtyla. Dicono che si sia scusato per le colpe della chiesa. Ma quali scuse! Immaginiamo che un pedofilo sadico, arrestato dopo avere violentato e tagliato a fette dodici bambini, dica in tribunale: "Scusatemi, mi è scappato, non volevo." E il giudice: "Va bene, torna pure a casa, ma cerca di non farlo più." Oppure che Hitler, invece di suicidarsi nel bunker, si fosse lasciato catturare e avesse detto: "Scusatemi, non l'ho fatto apposta, non so che cosa mi abbia preso." E gli Alleati: "D'accordo, per questa volta ti perdoniamo, ma se tocchi ancora un ebreo rimarrai senza caramelle per una settimana."

    No, per queste cose le scuse non bastano, a parte il fatto che le scuse senza ipentimento non valgono e dopo il genocidio Wojtyla ha protetto i preti assassini. Ci vuole la galera. E il papa come capo della Chiesa, è responsabile di tutti i crimini commessi dalla Chiesa nel passato e nel presente. Se il regime nazista non fosse crollato, il successore di Hitler sarebbe responsabile dei crimini di Hitler. Il partito nazista è stato sciolto e farne l'apologia costituisce un reato. La Chiesa non è mai stata sciolta, quindi l'uomo al potere è responsabile di tutti i suoi crimini. Il regime attuale è la continuazione di quello criminale del passato. E continua a delinquere.

    Non fidatevi di "Le Monde Diplomatique", che mi avete segnalato come una fidata fonte d'informazione. Le Monde Diplomatique è papalino, soprattutto nella sua versione italiana. In Italia tutto è papalino. Il papa è un veleno che ha inquinato la stampa e le coscienze. La gente non se ne accorge più. E' come l'invasione degli ultracorpi, sono tutti contaminati. In Italia e spesso anche in Europa, per sapere la verità sui preti, bisogna ricorrere all'informazione alternativa.

    Intanto il responsabile morale del genocidio aspetta di essere proclamato santo e nessuno si sogna di processarlo. Fino a quando dovremo tollerare quest'offesa alla giustizia, alla memoria delle vittime e all'umanità tutta intera?

    dragor.typepad.com/journal_intime/2011/05/perche-karol-wojtyla-e-moralmente-responsabile-del-genocidio-rwand...
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    Claudio Cava
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    00 28/05/2012 21:41

    L' Occidente, la Chiesa e il genocidio in Rwanda


    [Modificato da Claudio Cava 28/05/2012 21:43]
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    00 28/05/2012 22:43

    LA VERA STORIA DI
    EDGARDO MORTARA
    IL BIMBO RAPITO CON LA BENEDIZIONE DI PIO IX

    L'INOPPORTUNA "BEATIFICAZIONE" DI PIO IX DA PARTE DI GIOVANNI PAOLO II DIMOSTRA
    CHE LA CHIESA CATTOLICA NON È AFFATTO PENTITA DI AVER COMMESSO TALI CRIMINI
     

     

    Intervista di David Gabrielli ad Elena Mortara, pronipote.

    La beatificazione di Pio IX voluta da Giovanni Paolo II ha aperto una ferita dolorosa nella comunità ebraica romana ed italiana, ma anche in tutti coloro che hanno a cuore i diritti umani più elementari.
    Nonostante le accurate censure di Stato applicate su stampa e TV, non può dimenticare che il papa che Karol Wojtyla ha proposto come "esempio" ai suoi fedeli approvò il rapimento di Edgardo Mortara, un bambino ebreo battezzato furtivamente all'insaputa dei genitori, e quindi sottratto loro con la violenza per educarlo a Roma nella "vera religione". Abbiamo parlato della vicenda di un tempo, e dello sbigottimento odierno di fronte alla decisione vaticana, con Elèna Mortara, la cui bisnonna paterna era sorella dello sfortunato bambino. 

     

    Tutto cominciò a Bologna, allora parte degli Stati della Chiesa, la sera del 23 giugno 1858. Due gendarmi si presentarono all'improvviso alla casa dei coniugi Mortara, ebrei, per avvertirli che il rappresentante del Sant'Uffizio nella città, l'inquisitore Pier Gaetano Feletti, frate domenicano, aveva dato ordine di portare via dalla famiglia Edgardo (sesto di otto figli), che aveva sei anni, perché il piccolo, come si venne a sapere nei giorni successivi, era stato segretamente battezzato da Anna (Nina) Morisi, una ragazza della campagna bolognese che stava a servizio dai Mortara.

    Infatti, tempo prima, all'età di forse due anni (i racconti dell'epoca sono molto confusi e reticenti in proposito, per la scarsa chiarezza della protagonista della confessione), Edgardo aveva avuto una gran febbre e allora la Nina, temendo che morisse, all'insaputa dei genitori aveva battezzato il piccolo, e raccontato poi tutto, non di sua spontanea volontà ma su precisa richiesta del tribunale dell'Inquisizione, a padre Feletti che - 'per ordine di Roma', come dirà poi in seguito - decretò che il bambino, ormai battezzato nella Chiesa cattolica, fosse sottratto ai genitori.

    La disperazione della famiglia e l'intervento della comunità ebraica di Bologna fece slittare di un giorno, un solo giorno, l'esecuzione dell'ordine. Il 24 giugno Edgardo fu portato via dai gendarmi, e spedito a Roma, ove venne ospitato nella Casa dei catecumeni, per ricevere finalmente l'educazione cristiana che, secondo la Chiesa, gli spettava.

    A Roma Pio IX assunse in prima persona la responsabilità del rapimento, impegnandosi personalmente per difendere l'operato del Sant'Uffizio e per far dare un'educazione cattolica al bambino. Il papa disse di considerare Edgardo come un 'figlio' e lo volle accanto a sé‚ in tributi di riverenza annuali, accompagnati da forme di umiliazione pubblica, che il giovane giustificava come giusta punizione per le sofferenze provocate al papa con il suo caso.

    Edgardo, da parte sua, con il tempo, dopo che per anni fu separato dai suoi, considerò il papa il suo vero e nuovo 'padrÈ. È evidente, ma va ribadito di fronte alla minimizzazione che di questo aspetto capitale ha fatto una parte del mondo cattolico, l’inaudita violenza subìta da questo bambino di sei anni: violenza psicologica, esistenziale, religiosa. Che sarà passato nella mente e nel cuore del piccolo, strappato alla sua famiglia presentatagli come 'indegna', e forzatamente costretto a ripudiare le sue radici?

    Uno squarcio del dramma interiore del povero bambino, e dell'attaccamento all'ebraismo famigliare che era in lui prima delle pressioni subite in seguito, lo possiamo intuire dal primo incontro dopo il rapimento che egli ebbe con la madre, nell'ottobre '58, quando la donna dopo molte tribolazioni e rifiuti ottenne dalle autorità ecclesiastiche il permesso di rivedere, per brevi istanti, il figlio, naturalmente presenti e vigili alcuni sacerdoti.

    Edgardo riuscì a dire alla mamma: 'Sai, la sera recito ancora lo Shemà Israel' ('Ascolta Israele: il Signore è nostro Dio...' - Deut. 6,4). Ma in seguito il bambino, e poi ragazzo, cui - violenza atroce - fino al 1870 non fu più concesso di rivedere la famiglia, non dirà più così. Egli era stato interiormente cambiato. E tenterà perfino di convertire alla fede cattolica i suoi familiari, inutilmente.".

    ***

    Diversamente da altri drammi analoghi, spesso rimasti nell'ombra, il 'caso Mortara' ebbe enorme eco in Italia, in Europa, e perfino negli Stati Uniti d'America: nel solo mese di dicembre 1958, sul New York Times apparvero almeno 20 articoli su quello che era ormai diventato uno scandalo internazionale.

    Si mossero non solo le comunità ebraiche (per inciso: esso fu uno dei motivi che spinsero gli ebrei a cercare di unirsi per difendersi da questi soprusi, e quindi a creare in Francia l’Alliance Israélite Universelle), ma anche autorità politiche, da Cavour a Napoleone III di Francia.

    Quell'atto di Pio IX, in piena età di costituenti liberali e di emancipazione ebraica nel resto d'Europa, fu infatti considerato dall'opinione pubblica occidentale, soprattutto in Francia, Stati Uniti, Inghilterra e Olanda, - giustamente, mi sembra! - come uno scandalo e un crimine.

    Il rapimento del ragazzo Mortara ebbe ripercussioni, oggi poco note, nella stessa storia del Risorgimento italiano, e il silenzio che ha coperto questa vicenda nei decenni successivi fino a tutt'oggi è un indizio grave di rimozione.

    La perdita di prestigio morale che ne derivò per la Chiesa contribuì ad accelerare il processo di unificazione nazionale e alla fine di un potere temporale che appariva anacronistico e non più difendibile.

    Le lettere di Cavour e dell'ambasciatore in Francia del Regno di Sardegna in questo periodo ne sono testimonianza storica.

    Per questi, come per altri documenti su tutta la vicenda, si rimanda al libro di David Kertzer, Prigioniero del Papa Re (Rizzoli, 1996), e a quello diDaniele Scalise, Il caso Mortara. La vera storia del bambino ebreo rapito dal papa (Mondadori, 1997).

  • ReteLibera
    00 29/05/2012 00:20
    GIUDICE TOSTI: SEGUITO DENUNCIA PENALE PER "DISCRIMINAZIONE
    RELIGIOSA"

    Al Procuratore della Repubblica de L'Aquila
    Al Procuratore della Repubblica di Roma
    Al Ministro di Giustizia On.le Clemente Mastella
    Al Presidente del Consiglio dei Ministri On.le Romano Prodi
    Al Presidente della Repubblica On.le Giorgio Napoletano.

    Oggetto: seguito denuncia penale per discriminazione religiosa ratificata il 12.1.2007.

    Al Procuratore della Repubblica de L'Aquila
    Al Procuratore della Repubblica di Roma
    Al Ministro di Giustizia On.le Clemente Mastella: Io sottoscritto Luigi Tosti ho presentato, il 12 gennaio 2007, una denuncia penale per il reato di discriminazione religiosa previsto e punito dall'art. 3 della legge n. 564 del 13.10.1975 perché i Ministri
    di Giustizia mi hanno imposto di esercitare le mie funzioni di giudice in aule giudiziarie addobbate con crocifissi cattolici e mi hanno contestualmente vietato di esporre la menorah ebraica.

    Al termine di questa denuncia ho scritto che "rimanevo in attesa di verificare se la richiesta di un ebreo di esporre la propria menorah nei luoghi dove lo Stato italiano consente ai cattolici di esporre i loro crocifissi e, quindi, di avere gli stessi diritti e la stessa dignità della Superiore Razza Cattolica" sarebbe stata "qualificata come una pretesa "pretestuosa", magari perché "il Crocifisso della Superiore Razza Cattolica può essere esposto dal Ministro di Giustizia nei tribunali con semplici "circolari", peraltro dell'epoca fascista, mentre per i simboli dell'infima razza ebraica le circolari non sono sufficienti, necessitando la preventiva emanazione di ..... atti LEGISLATIVI del Parlamento".

    Ebbene, quella che poteva sembrava una fantasiosa premonizione si è invece rivelata come una sconcertante verità perché -
    come mi accingo a segnalare al Procuratore della Repubblica di L'Aquila ed al Procuratore della Repubblica di Roma- il Ministro di Giustizia On.le Clemente Mastella, rispondendo il 7.2.2007 all'interrogazione dell'On.le Maurizio Turco, che gli aveva chiesto "per quale motivo avesse discriminato, sotto il profilo religioso, il Giudice di Camerino Luigi Tosti, imponendogli il simbolo del crocifisso, che non gli appartiene, e vietandogli di esporre a fianco dello stesso il simbolo della Menorah ebraica", ha appunto affermato che per poter esporre i crocifissi cattolici nelle aule giudiziarie italiane è sufficiente una semplice "circolare", per di più risalente al regime razzista della dittatura Fascista, mentre per poter esporre i simboli degli ebrei occorrerebbe -si badi bene- l'emanazione di ..... un'apposita legge da parte del Parlamento!

    Il Ministro di Giustizia, per la precisione, ha dichiarato di "condividere" quella parte dell'ordinanza n. 12/2006 del Consiglio Superiore della Magistratura che ha dichiarato infondata la mia pretesa di esporre la menorah, perché occorrerebbe una legge, ma di "non condividere" quell'altra parte dell'ordinanza che sancisce che l'esposizione dei crocifissi nelle aule giudiziarie è da ritenere del tutto illegale per lo stesso identico motivo, cioè perché disposta con semplice circolare anziché con legge.

    Con questa singolare motivazione, dunque, per il Ministro di Giustizia e per l'attuale GovernoCattolici -la cui plurimillenaria storia è funestata da criminali atti di discriminazione e persecuzione razziale, da criminali ghettizzazioni e da criminali stermini ai danni degli ebrei- costituiscono una sorta di "Razza Superiore", da privilegiare attraverso la marcatura simbolica delle aule giudiziarie, mentre gli ebrei -o chi pratica o simpatizza per l'ebraismo- rappresentano invece un'infima sottospecie umana, da sottoporre ad odiose discriminazioni di stampo razzistico-religioso.

    Mi sembra francamente grave che l'attuale Governo si renda artefice di siffatte discriminazioni di stampo razzistico-religioso, per di più utilizzando e condividendo le circolari del Regime Dittatoriale Fascista.

    Mi sembra ancor più grave che le discriminazioni vengano indirizzate proprio nei confronti dell'ebraismo, in palese contraddizione con la pubblicizzazione da parte del Guardasigilli della presentazione di disegni di legge anti-revisionismo e con i dictat delle guide spirituali dello Stato italiano, cioè il Pontefice e la CEI, che hanno caldeggiato l'inserimento delle radici radici giudaico-
    cristiane nel preambolo della Carta Costituzionale Europea ed hanno definito l'Ebraismo come il "fratello maggiore" del Cristianesimo.

    Ebbene, resto in attesa di verificare, attraverso l'esito della mia denuncia penale, se queste statuizioni discriminatorie del Ministro di Giustizia saranno avallate e condivise dall'Autorità giudiziaria italiana.

    Nel frattempo mi preme evidenziare quest'altro aspetto, e cioè che l'On.le Mastella, richiamando la sentenza del Consiglio di
    Stato n. 556/2006, ha ritenuto che il crocifisso si sia guadagnato sul campo l' "alto merito" di essere esposto nelle aule di giustizia, in quanto "simbolo idoneo ad esprimere valori quali la tolleranza, il rispetto reciproco ed il rifiuto di ogni discriminazione.... nonché espressione di rispetto per l'altro, di amore per la persona e di profonda solidarietà umana".








    Orbene, se questo è il "criterio legale" col quale si decreta l' "idoneità" di un simbolo religioso a rappresentare la "laicità" dello Stato, mi preme evidenziare che la menorah ebraica vanta "meriti" infinitamente più elevati di quelli che vengono attribuiti al crocifisso cattolico: per i quali ultimi, peraltro, è opportuno e doveroso un sano richiamo al pudore, quantomeno alla luce di quello che mi accingo a documentare.


    E, in effetti, a
    differenza di Santa Romana Chiesa Cattolica, gli ebrei e l'ebraismo non si sono innanzitutto macchiati dall'infame pagina di inciviltà criminale di cui il Cristianesimo si è invece macchiato con le "Sante Crociate", cioè col genocidio perpetrato a più riprese attraverso le cd. "guerre Sante" - al grido di "Dio lo vuole!"- per conquistare la Terra Santa e "liberarla", così, dagli "infedeli".

    Gli stermini degli infedeli (ma non solo di essi) che sono stati perpetrati in nome della "Croce" -quella che oggi campeggia legittimamente, ad avviso del Ministro Mastella, nelle aule giudiziarie italiane come "simbolo di tolleranza (!), di rispetto reciproco (!), di rifiuto di ogni discriminazione (!), di amore (!) e di profonda solidarietà umana (!)"- sono oramai arcinoti, anche se su di essi è calato un accurato "silenzio stampa" per occultare all'opinione pubblica (e tentare di cancellare dalla memoria) un'imbarazzante pagina della storia di Santa Romana Chiesa (il "giorno della memoria", in effetti, viene oramai sollecitato solo per i genocidi perpetrati dai nazisti, peraltro occultando la circostanza che i nazisti non erano "islamici", bensì "cristiani", e che Hitler era un devoto adoratore di reliquie cattoliche).


    Ritengo, dunque, che attribuire al crocifisso quei valori di civiltà sia non solo un oltraggio alla Verità della Storia, ma anche
    un'offesa alla memoria e alla dignità dei milioni di poveri innocenti che sono stati massacrati sotto la nefasta incombenza di questo "simbolo di civiltà".

    Cito la "Crociata dei Pezzenti" del 1096, che causò la strage di 4 mila persone (tutti cristiani!) nella città ungherese di Zemun, saccheggiata non dagli ebrei, mai dai "civilissimi" cristiani solo per scopi di "approvvigionamento", nonché i feroci saccheggi, nel corso dei quali vennero arrostiti, sugli spiedi, dei bambini.


    Cito la Crociata dell' Oca Santa (si credeva che l'animale fosse direttamente ispirato da Dio) guidata non dagli ebrei, ma da Emich di Leinsingen il quale, dopo essersi fatto venire le stigmate (evento miracoloso di cui verrà beneficiato da Dio anche Padre Pio da Pietrelcina), sterminò migliaia di ebrei a Worms, a Magonza e a Colonia, trucidando e stuprando coloro che non abiuravano dalla loro fede, i quali erano notoriamente accusati (e perseguitati) dai Cattolici perché ritenuti responsabili della morte del Figlio di Dio.

    Altre crociate antisemite, con relativi massacri di ebrei a Praga e Ratisbona, furono guidate da Volkmar.



    La Crociata dei Principi si distinse per la strage dei Peceneghi a Costantinopoli, per la strage dei Turchi ad Antiochia, per la strage di Maarat an-Numan (donne e bambini superstiti venduti come schiavi), per la strage di Gerusalemme del 14 e 15 luglio 1099, nel corso della quale 60 mila persone, tra le quali moltissimi ebrei, vennero trucidati.

    Si stima che solo la prima Crociata costò la vita ad oltre un milione di persone.


    Dunque, sostenere che la Croce che campeggiava sugli scudi dei Crociati sia un "simbolo di civiltà", da ostentare con orgoglio nei tribunali, mi sembra francamente un tantinello azzardato: semmai si dovrebbe parlare di "simbolo di criminalità", dal momento che per l'umile "morale" di chi scrive, nonché per il vigente codice penale e per le Convenzioni Internazionali sui diritti umani, è un gesto di pura criminalità uccidere (o perseguitare o discriminare) altri uomini per il solo fatto che questi "la pensano in modo differente in materia religiosa".

    A differenza di Santa Romana Chiesa Cattolica, poi, gli ebrei e l'ebraismo non si sono mai macchiati delle criminali persecuzioni,
    delle criminali torture, degli assassini e degli stermini di cui i Cristiani -sempre all'ombra della Santa Croce- si sono macchiati ai
    danni degli eretici, degli ebrei, delle streghe, degli omosessuali e degli scienziati, cioè dei "diversi", per cui ritengo oltraggioso che venga negato alla menorah ebraica -che è invece immune da siffatti precedenti criminali- di essere esposta nei tribunali.


    A differenza di Santa Romana Chiesa Cattolica, poi, gli ebrei e l'ebraismo non si sono mai macchiati delle persecuzioni ai danni dei Catari, dei Valdesi, dei Patarini, degli Albigesi, dei Dolciniani, delle Beghine, dei Fraticelli, sterminandoli, ardendoli sui roghi e trucidandoli in nome del "Cristo in Croce".


    Non sono da attribuire agli ebrei -bensì ai cristiani- gli eccidi, nel 782, di 4.550 sassoni decapitati su ordine di Carlo Magno per aver rifiutato il battesimo cattolico.


    E neppure, nel 1096, gli 800 ebrei massacrati dai cattolici a Worms, in Germania o, nello stesso anno, gli altri 700 ebrei massacrati a Magonza dai cattolici o, nel 1145, i 120 ebrei massacrati dai Cattolici a ColoniaSpira in Germania o, nel 1191, i 2.700 prigionieri di guerra musulmani decapitati dai Crociati in Palestina o, nel 1208, i 20.000 catari massacrati dai Crociati a Beziers o, nel 1219, i 5.000 catari massacrati a Marmande o, il 16 marzo 1244, i 250 catari arsi vivi per ordine della Santa Inquisizione, o i 267 ebrei impiccati a Londra in seguito a false accuse di omicidio "rituale" ai danni di cattolici o i 200 catari e valdesi arsi "cristianamente" sui roghi nell'Arena di Verona, il 13.2.1278, per ordine della Santa Inquisizione o, nel 1370,
    i 20 ebrei arsi vivi dai cattolici a Bruxelles o i 2.500 Cesenati massacrati, il 3.2.1377, perché ribelli del Papa o, nel 1391, i 4.000
    ebrei massacrati dai cattolici a Siviglia o i 100 valdesi impiccati e bruciati a Graz per ordine dell'Inquisizione, nel 1397, o, nel 1416, le 300 donne, accusate di "stregoneria", cristianamente arse sui roghi nel comasco per ordine dell'Inquisizione o, nel 1485, l' eguale sorte toccata a 41 "streghe" a Bormio o, nel 1505, le 14 streghe uccise a Cavalese o le 30 persone, accusate di stregoneria, arse vive a Logrono, in Spagna, nel 1507 o, nell'aprile del 1545, i 2.740 valdesi massacrati dai cattolici in Provenza o, nel 1561, i 2.000 valdesi massacrati dai cattolici in Calabria o, nel 1562, le 300 persone arse per stregoneria
    a Oppenau o le 63 donne arse vive a Wiesensteig o i 17.000 protestanti massacrati dai cattolici spagnoli nelle Fiandre, nel 1567, o i 5000 servi della gleba croati massacrati per ordine del vescovo Jurai Draskovic, nel 1573, o e 222 ebrei arsi sul rogo, nel 1580, per ordine dell'Inquisizione, in Portogallo, o, il 29.7.1620, i 600 protestanti trucidati dai cattolici in Valtellina o, nel 1680, i 20 ebrei bruciati vivi per ordine della Santa Inquisizione o, i 2.000 valdesi massacrati dai cattolici, nel maggio 1686, dai cattolici o i 37 ebrei bruciati sui roghi a Maiorca, nel 1691, per ordine dell'Inquisizione o, nel 1.782, l'ultima strega arsa viva in Svizzera o, nel 1783, l'ultima strega arsa in Polonia.


    A differenza di Santa Romana Chiesa Cattolica, poi, gli ebrei e l'ebraismo non si sono mai macchiati delle orrende torture
    inflitte dai Tribunali della Santa Inquisizione contro eretici, streghe, omosessuali: torture che sono state inflitte sotto
    l'incombenza dei "Crocifissi" e che spaziavano dal dissanguamento al rogo, alla fanciulla di ferro (o Vergine di Norimberga), alle turcas, al triangolo, all'impalamento, alla strappata, alla culla della strega, alla garrota, al supplizio del trono, all'annodamento, al forno, alla pressa, alla cremagliera e via dicendo.

    A differenza dei seguaci di Santa Romana Chiesa Cattolica, poi, gli ebrei e l'ebraismo non hanno fatto uso di raffinati strumenti di tortura come la "pera", che veniva inserita nell'ano o nella vagina delle donne accusate di intrattenere rapporti sessuali col "Maligno" e poi aperta gradualmente con giri di vite sino a che i rebbi mutilavano orrendamente queste cavità.

    A differenza di Santa Romana Chiesa Cattolica, poi, gli ebrei e l'ebraismo non hanno fatto mercimonio di "indulgenze" a pagamento, contrabbandando ad esempio la "salvezza dell'anima" di "chi avesse commesso peccati contro natura con bambini o bestie col pagamento di 131 libbre, 15 soldi", né hanno ingannato il popolo dei "fedeli" con l'ostensione di reliquie come la Sacra Sindone, cioè il "sudario", spacciato come autentico, che avrebbe avvolto il corpo di Cristo dopo la morte, rimanendone "miracolosamente" impresso dei suoi lineamenti, o come i ben tredici prepuzi "autentici" di Gesù Cristo, venerati in altrettanti templi europei.


    A differenza di Santa Romana Chiesa Cattolica, poi, gli ebrei e l'ebraismo non sono ricorsi alla pratica delle falsificazioni e della manipolazioni, magari per legittimare i propri poteri terreni: mi limito a ricordare la celebre DONAZIONE di COSTANTINO, un falso documentale fabbricato nell' VIII° sec. allo scopo di accreditare la tesi che Costantino avesse conferito al Papato la
    dignità e i diritti imperiali su Roma, sull'Italia e su tutto l' Occidente.
    Un falso poi smascherato e scoperto nel 1440 da Lorenzo Valla.


    E certamente non è da attribuire agli ebrei o all'ebraismo - bensì ai Cristiani- il criminale antisemitismo che è poi sfociato nella
    persecuzione razziale e nella shoah.

    Ricordo che la millenaria persecuzione razziale attuata dai cattolici ai danni degli Ebrei inizia nel quarto secolo e si fonda, principalmente, sull'accusa di "deicidio" di cui essi si sarebbero macchiati con l'uccisione di Cristo.

    Sul conto degli ebrei furono diffuse dai cristiani le più assurde ed infami credenze ed accuse, quali quelle che il giudaismo prescriveva sacrifici rituali di cristiani e che gli ebrei impastassero la matzah, il pane azimo pasquale, col sangue dei cristiani.

    Queste credenze furono sovente la causa di stragi e di linciaggi di ebrei, che vennero perpetrati sino alla fine del diciannovesimo secolo, anche grazie alle infamie ed alle criminali istigazioni razziali diffuse da Civiltà Cattolica, il giornale politico voluto e fondato da Pio IX nel 1850.

    E non è stata sicuramente un'idea degli ebrei -bensì dei cattolici- quella di imporre la distinzione degli ebrei dai cristiani attraverso l'abbigliamento: la regola, fu decretata nel 1215 dal IV Concilio Lateranense ed imponeva un distintivo giallo da cucire sugli abiti, perché questo colore rappresentava, nel Medioevo, la cattiveria e l'invidia, caratteristiche che i cristiani attribuivano agli ebrei.

    Anche il confino degli ebrei nei ghetti, poi, non è un'invenzione degli ebrei e neppure dei Nazisti, bensì un'invenzione, invero poco "pia", di Santa Romana Chiesa.

    Per la precisione, è stato grazie alla bolla papale del 1555 Cum numis absurdum che venne ordinato il confino degli ebrei nei ghetti, confino che trovava la "giustificazione" diretta nella teologia cattolica: "E' assurdo e sconveniente in massimo grado
    che gli ebrei, che per loro colpa sono stati condannati da Dio alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di essere protetti dall'amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo a noi, mostrare tale gratitudine verso i cristiani".

    Sarà forse utile rammentare che Papa Pio V fece dono del cimitero ebraico di Bologna alle suore del convento di San Pietro Martire, raccomandando loro di "distruggere qualunque sepolcro o cappella sepolcrale di ebrei sia morti che vivi.... di prendere le iscrizioni, le memorie, le lapidi di marmo scolpite o meno, distruggendole completamente, demolendo, abradendo, raschiando e
    spezzando e in qualunque altra forma mutarle....ed i cadaveri, le ossa e le particole dei morti esumare e trasferire dovunque piacesse loro".

    Sarà forse utile ricordare che grazie alle criminali leggi razziali imposte dai Cattolici -e non certo dagli ebrei- questi ultimi furono
    costretti a vivere rinchiusi nei ghetti, con obbligo di rientrarvi prima del tramonto.

    Sarà forse utile ricordare che nella Roma papale del 1814 i rabbini romani dovevano ancora comparire, durante il carnevale, vestiti di nero, con calzoni corti, con mantellina e con una sorta di cravatta, per essere dileggiati e scherniti dalla folla dei
    "civilissimi" e "tolleranti" Cattolici.

    Sarà forse utile ricordare che gli ebrei erano costretti da Santa Romana Chiesa, ogni sabato pomeriggio, a recarsi ad una vicina chiesa cattolica, per presenziare a "prediche coatte" miranti alla loro conversione, durante le quali venivano infamati per la loro abietta religione e per il "crimine" perpetrato dal popolo ebreo ai danni di Cristo.

    Sarà sempre utile ricordare ancora che la Chiesa Cattolica ha diffuso sermoni contro gli ebrei, dove essi sono stati dipinti come "la peste dell'umanità, un branco di sporchi usurai e ruffiani, i quali ben meritavano la punizione divina che era loro riservata", che "gli ebrei nello Stato Ecclesiastico non erano che schiavi tollerati", che "le condizioni, sotto le quali è loro accordato un asilo dai Cristiani, sono del tutto necessarie per evitare gli effetti di una micidiale Religione".

    Sarà forse utile ricordare che secondo l'editto sopra gli ebrei del 6.6.1733 dell'inquisitore domenicano di Bologna De Andujar gli ebrei dovevano rimanere nel ghetto, di notte, che non potevano leggere il Talmud né alcun testo proibito, che dovevano "gli ebrei dell'uno, e dell'altro sesso, portare il segno di color giallo, per cui vengano distinti dagli altri, e debbano sempre portarlo in ogni tempo, tanto dentro il Ghetto, quanto fuori. Gli uomini debbano portarlo sopra il cappello ben cucito sopra, e sotto la falda, senz'alcun velo o fascia.....e le donne lo debbano portare in capo scopertamente senza mettervi


    Sarà forse utile ricordare che agli ebrei era fatto divieto di assumere personale cattolico alle proprie dipendenze, per evitare il rischio di contaminazione della religione cattolica.

    Sarà forse utile ricordareche Santa Romana Chiesa Cattolica ha perpetrato abitualmente il crimine del rapimento dei bambini ebrei, che venivano sottratti ai genitori per indottrinarli coattivamente al culto della religione cattolica, sol che qualcuno asserisse di averli "battezzati" di nascosto.

    Sarà forse utile ricordare che uno di questi criminali rapimenti fu perpetrato dall'Inquisitore di Bologna, padre Feletti, ai danni di Edgardo Mortara, la notte del 23.6.1858, con la benedizione di Pio IX.

    Questi rapimenti criminali -che violavano le leggi di natura più elementari e gettavano nella disperazione i genitori, che si vedevano sottrarre dagli sgherri pontifici i loro figli in tenera età- costituiscono una delle più infami pagine della storia recente del papato cattolico: ed è orripilante constatare come questi atti criminali, direttamente imputabili ai Papi, siano stati perpetrati a causa di superstizioni di stampo "religioso", e cioè perché si riteneva che poche gocce di acqua spruzzate da una domestica (magari ancora bambina) all'indirizzo di un bambino ebreo in fasce, con la contestuale fatidica pronuncia della "formula" del battesimo ("ti battezzo in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo") avesse il "magico" effetto di trasformare il
    piccolo ebreo in infante "cattolico", per ciò stesso da sottrarre immediatamente ai legittimi genitori per essere rinchiuso nella Casa dei Catecumeni sino a totale indottrinamento cattolico.

    Benito Mussolini, cioè l'Uomo inviato dalla Divina Provvidenza, farà (blandamente) tesoro di questa "prassi" criminale cattolica, sancendo in una delle leggi razziali che "Il genitore di razza ebraica può essere privato della patria potestà sui figli che appartengano a religione diversa da quella ebraica, qualora risulti che egli impartisca ad essi una educazione non corrispondente ai loro principi religiosi o ai fini nazionali".

    Ed è estremamente significativo che la delirante storia di Edgardo Mortara, a noi così vicina nel tempo, sia pressoché sconosciuta alla totalità degli italiani, nonostante il clamore e l'indignazione che essa sollevò all'epoca dei fatti, non solo
    in Italia ma soprattutto in Francia, in Inghilterra e negli Stati uniti. La TV di Stato italiana -ovviamente "laica"- propina
    continuamente fiction su Padre Pio, su San Francesco, su Don Bosco, sui Dieci Comandamenti e diffonde quotidianamente le notizie che il  Vaticano chiede di diffondere, cioè le pillole sui vari precetti e sulle varie direttive del Pontefice e della Conferenza Episcopale Italiana agli italiani: la storia di Edgardo Mortara, però, è stata oggetto di sapiente censura, acciocché gli Italiani, ai quali "l'Olocausto viene propinato come qualcosa di inconcepibile nella sua mostruosità, non abbiano a ricercarne le radici, dopo aver letto la storia di Edgardo Mortara, in territori fin troppo vicini a noi".

    E che dire del razzismo antisemita, dell'olocausto nazi-fascista e dell'assordante silenzio col quale la Chiesa ha accompagnato la
    persecuzione, la deportazione e lo sterminio di milioni di ebrei e di rom da parte dei cattolici e dei cristiani fascisti e nazisti?

    Non è stato forse Pio XII a spianare la strada ad Hitler, sciogliendo le organizzazioni politiche cattoliche tedesche?

    Non è stata la Chiesa Cattolica ad accompagnare e ad appoggiare il nazismo e il fascismo nei loro tragitti, tutt'altro che commendevoli, rendendosene complice?

    E non erano forse "ferventi cattolici" -e non ebrei- quei criminali fascisti che approvarono le vergognose leggi razziali?

    Non erano forse cattolici e cristiani -e non ebrei- gli assassini nazisti responsabili degli stermini degli ebrei e dei rom?

    Non c'era forse scritto, sulle cinture delle SS, Gott mit uns, Dio è con noi?

    Non è forse stato Elie Wiesel, premio Nobel per la pace nel 1986, a dire che "tutti gli assassini dell'Olocausto erano cristiani, e che il sistema nazista non comparve dal nulla, ma ebbe profonde radici in una tradizione inseparabile dal passato dell'Europa cristiana", quelle stesse "radici"che i Cattolici italiani vorrebbero inserire nel preambolo della Carta costituzionale europea per ritrarne qualche altro "privilegio" economico?


    E che dire dei campi di sterminio organizzati dai cattolici ustascia in Croazia, negli anni 1942-43, agli ordini del dittatore Ante
    Pavelic, un cattolico praticante accreditato e ricevuto regolarmente da Pio XII?

    In questi campi -sicuramente non allestiti dagli ebrei ma dai cattolici- vennero soppressi serbi cristiano-ortodossi, ed anche un
    cospicuo numero di ebrei. Il più famigerato lager era quello di Jasenovac: il suo comandante fu Miroslav Filipovic, un frate
    francescano noto con l'appellativo di "Bruder Tod" (sorella morte).

    In questo campo gli ustascia cattolici bruciavano le loro vittime nei forni, ma vive, diversamente dai nazisti che, almeno, le uccidevano prima col gas.

    La maggior parte delle vittime venne comunque impiccata e fucilata: il loro numero è stimato tra i 300 e i 600mila.

    Molti degli ustascia erano monaci francescani e le loro nefandezze suscitarono addirittura le proteste delle SS tedesche. Pio XII, ben informato di queste atrocità, nulla fece per impedirle.

    A differenza di Santa Romana Chiesa Cattolica, poi, gli ebrei e l'ebraismo non si sono macchiati dei crimini di emarginazione e discriminazione sessuale nei confronti delle donne, della riduzione in schiavitù dei negri africani e degli indios americani, dei crimini di discriminazione e persecuzione degli omosessuali (che venivano evirati o arsi sul rogo), né dell'oscurantismo intollerante nei confronti degli scienziati e della scienza.

    A differenza di Santa Romana Chiesa Cattolica, poi, gli ebrei e l'ebraismo non si sono macchiati, con direttive segrete imposte col Crimen Sollicitationis, della copertura omertosa dei preti resposabili di pedofilia, minacciando addirittura la scomunica dei prelati che avessero osato denunciarli all'autorità giudiziaria.


    Ebbene, alla luce di questi peraltro parziali "precedenti" del Cristianesimo, è semplicemente ingiurioso che lo Stato Italiano -per bocca del Ministro di Giustizia- affermi oggi che la menorah ebraica "non meriti di essere esposta nei tribunali" e che, al suo posto, meriti invece di essere esposto il simbolo degli aguzzini che hanno perseguitato, discriminato e trucidato gli ebrei, e questo perché si tratterebbe -si badi bene- di un "simbolo idoneo ad esprimere valori quali la tolleranza, il rispetto reciproco ed il rifiuto di ogni discriminazione.... nonché espressione di rispetto per l'altro, di amore per la persona e di profonda solidarietà umana": io credo che un limite al pudore dovrebbe pur esistere.

    Di fronte ad un quadro storico così terribile e sconcertante per l'Umanità, trovo estremamente ingiurioso che Autorità dello Stato
    italiano affermino che la menorah ebraica -che è immune da tutti questi crimini- non meriti di essere esposta nei tribunali e che, al suo posto, meriti invece di essere ostentato un simbolo che, in realtà, gronda di sangue, di genocidi, di torture, di assassini, di infanticidi, di razzismo, di strupri, di intolleranza, di superstizione, di oscurantismo, di prevaricazione dei diritti umani, di
    truffe, e via dicendo. Senza considerare, poi, l'immoralità del messaggio che scaturisce dal mito della crocifissione del supposto figlio di Dio al fine di "redimere" e "salvare" l'Umanità "peccatrice".

    Alla semplice luce del codice penale, della Costituzione Italiana e di tutte le Convenzioni internazionali sui diritti umani, è squisitamente grottesco che il concepimento di un figlio, da far poi "immolare" come "sacrificio umano" ad opera di uomini iniqui, possa essere contrabbandato come "atto di amore" anziché per quello che realmente é, cioè un concorso in omicidio.

    Nulla vi è di più immorale e diseducativo del messaggio che inculca il legittimo convincimento che la morte di un innocente possa salvare terze persone, per di più colpevoli.


    Esporre pertanto nelle aule di giustizia il crocifisso ed escludere la menorah significa identificarsi nella storia tutt'altro che commendevole di quel simbolo, offendendo la dignità di chi crede realmente nei valori dell'eguaglianza, della libertà, della tolleranza, del rispetto reciproco, del rispetto dei diritti umani e della laicità ed offendendo, altresì, la memoria e la dignità dei milioni di poveri disgraziati che sono stati assassinati, torturati, discriminati, inquisiti, ghettizzati, schiavizzati, prevaricati ed emarginati, proprio in nome di quel simbolo, durante 1.700 anni di nefasta storia della Chiesa Cattolica.

    Un Ministro della Giustizia e un Capo del Governo, che realmente intendano praticare i valori della tolleranza, del rispetto reciproco e del rifiuto di ogni discriminazione -sui quali tutte le persone civili concordano- non potrebbero mai, a mio giudizio,
    contraddirsi al punto tale da imporre a chi non crede alla loro religione -cioè alla religione cattolica- il loro simbolo, negando il pari diritto di esporre i propri simboli: questo comportamento discrimininatorio è ingiustificabile alla luce della legge penale, al
    pari del comportamento di chi consente ai bianchi il diritto di salire sugli autobus, negandolo ai neri.

    La risibile e blasfema alchimia giuridica -attraverso la quale il Crocifisso è stato trasformato addirittura in simbolo "culturale" e "laico"- non ha nulla di geniale, se non agli occhi degli allocchi : dal momento, infatti, che la mia menorah ebraica vanta -come ho sopra dimostrato- credenziali di gran lunga superiori a quelle del Crocifisso cattolico, non vedo perché ad essa sia stato negato e venga negato il diritto di essere affiancata al crocifisso, trattandosi di un "simbolo idoneo ad esprimere valori quali
    la tolleranza, il rispetto reciproco ed il rifiuto di ogni discriminazione.... nonché espressione di rispetto per l'altro, di amore per la persona e di profonda solidarietà umana".


    Vi chiedo: cosa avete contro gli ebrei e contro l'ebraismo?

    Forse la vista della menorah ebraica turba la vostra sensibilità di Cattolici?

    Non vi bastano le persecuzioni, le ghettizzazioni, le discriminazioni e gli stermini che avete perpetrato ai loro danni per quasi duemila anni?

    Su, rispondete, una buona volta. Nell'attesa -sicuramente vana- di ricevere queste risposte, reitero -anche al Premier Romano Prodi- la richiesta  di esporre la menorà ebraica a fianco del crocifisso nelle aule di Giustizia, utilizzando lo stesso strumento giuridico adottato dal tanto "vituperato" (quando fa comodo) regime fascista, cioè la "circolare".

    Rappresento, con rammarico, che analoghe mie richieste - indirizzate al Suo predecessore On.le Ciampi- sono state disattese.

    Non avendo nulla da nascondere né, tantomeno, da vergognarmi, questa lettera sarà pubblicizzata affinché in Italia ed all'estero si abbia la percezione del fondamentalismo cattolico e dell'anacronistica ingerenza della Chiesa che condizionano, in negativo, la vita politica, il progresso e i diritti civili di questo Paese, non a caso ironicamente ribattezzato come Repubblica Pontificia Italiana e come Colonia del Vaticano.


    Rimini, 15 febbraio 2007 Luigi Tosti tosti.luigi@yahoo.it
    mobile 3384130312 - tel. 0541789323 Fonte: nochiesa.blogspot.com
  • ReteLibera
    00 29/05/2012 00:43
    E che caso altro che tdg.  Questi sono fatti con la fotocopiatrice .


    I soliti noti: "
    scrivere dritto su righe storte".  




    Interessante è anche leggere l’intervista fatta nel 2005 allo scrittore cattolico 
    Vittorio Messori, in occasione della pubblicazione del suo libro “Io, il bambino ebreo rapito da Pio IX” (presentato come autobiografia inedita di Edgardo Mortara), in cui a distanza di tanti anni (con argomentazioni incredibili!) si tende ancora a difendere l’operato di Pio IX.




    «Non diffamate Pio IX il mio santo rapitore»
     di Aldo Cazzullo 

    Caso Mortara: dopo 150 anni esce il memoriale del protagonista. Battezzato di nascosto, venne sottratto ai genitori ebrei: Edgardo volle farsi sacerdote e mori in odore di santità.

    Messori, dove e come ha ritrovato l’autobiografia di Edgardo Mortara? 

    Padre Mortara la scrisse nel 1888, a 37 anni, in spagnolo, visto che allora predicava nei Paesi Baschi. Se ne fece (forse, ma non è certo) un opuscolo che non sappiamo quale diffusione abbia avuto all’epoca in Spagna ma che, a quanto consta, non fu tradotto in altre e lingue né risulta in alcuna bibliografia. Che padre Mortara abbia condotto una vita devota sino alla morte, a quasi 90 anni, e proclamato e difeso sempre la santità del suo padre spirituale Pio IX, era noto. Ma questo suo memoriale si può considerare inedito. Il testo ricostruisce il caso del bambino ebreo bolognese, dal battesimo furtivo da parte di una domestica nel 1852, al trasporto a Roma per ordine di Pio IX nel 1858, all’ordinazione sacerdotale del 1873 a Poitiers, in Francia. E’ custodito nell’archivio romano dei Canonici Regolari Lateranensi, presso la chiesa di San Pietro in Vincoli. Ma nessuno dei saggisti che si sono occupati di Mortara ha mai ritenuto di dover consultare questa autobiografia, scritta in terza persona dal protagonista stesso. 

    Perché? 

    Perché del Mortara "vero", non quello dello strumento polemico non è mai importato molto a nessuno. Da subito, la sua vicenda fu utilizzata. Da Cavour, che ne fece uno straordinario pezzo di propaganda contro lo Stato pontificio: senza il caso Mortara, che mise in difficoltà i cattolici francesi, Napoleone III non avrebbe potuto stringere gli accordi di Plombières e scatenare la guerra contro l’Austria. Dalle logge massoniche. E dalla comunità israelitica internazionale. Come il caso Dreyfus fu un propellente decisivo per il sionismo (e infatti Herzl se ne rallegrò), che altrimenti sarebbe rimasto una delle tante utopie ebraiche, così il caso Mortara fu alle origini dalla formazione dell’Alliance Israélite Universelle, la prima organizzazione ebraica di autodifesa in una prospettiva mondiale, e poi dell’influente Board of American Israelites. 

    Queste sue affermazioni desteranno polemiche. 

    Non sono io a farle. E’ lo stesso responsabile della comunità ebraica romana dell’Ottocento, Sabatino Scazzocchio, a lagnarsi delle incursioni di estranei, compresi potenti rappresentanti dell’ebraismo mondiale, senza cui il caso si poteva risolvere. E’ la politica, dice, non il bambino che interessa. Scazzocchio lo scrive al padre, Samuele Levi Mortara detto Momolo, in una lettera in cui loda "l’indole benigna e caritatevole di chi siede in alto". Cioè di Pio IX. 

    Lei stesso, nella lunga introduzione che precede il memoriale, ricorda che alla metà dell’Ottocento Roma è l’unica città occidentale ad avere ancora un ghetto. 

    Però gli ebrei, pur liberi di farlo, non se ne vanno. Esingolare: negli anni in cui fuggono a navi intere dall’Europa orientale verso l’America, gli ebrei restano a Roma. Rifiutano di appoggiare la Repubblica mazziniana e al ritorno di Pio IX vanno a rendergli omaggio. Quanto all"’indole benigna e caritatevole" di quel Papa diffamato, nel memoriale Mortara fa una rivelazione: Pio IX aveva deciso di crescerlo in un istituto bolognese, dove la famiglia miglia avrebbe potuto visitarlo regolarmente; dopodiché, verso i diciassette anni, avrebbe deciso se proseguire sulla via del cristianesimo o tornare alla religione dei padri. Fu la resistenza dei suoi, sobillati da altri, a cominciare dal medico di famiglia massone, a costringere il Papa a condurre il piccolo Mortara a Roma. Dove lo accolse e lo amò sempre come un figlio. 

    Un figlio di soli sette anni. Le pagine dove racconta l’allontanamento dalla famiglia sono tragiche: la disperazione della madre, l’ira del padre, il suo sbigottimento infantile. Alla guardia chiede: «E ora mi taglierete la testa?». 

    E’ vero. Fu un dramma. E’ anche vero che i funzionari pontifici presero accorgimenti per rendere il distacco il meno traumatico possibile. Ma è lo stesso Mortara a raccontarci come subito dopo la separazione della famiglia fu una misteriosa quiete, anzi gioia, a impadronirsi di lui; e come le prime parole della dottrina cattolica gli parvero familiari, al punto che se ne impadronì sin da subito. Un fenomeno in cui Mortara addita un disegno provvidenziale. Quando, dopo Porta Pia, arrivarono i piemontesi, fuggì all’estero per non farsi "liberare" dal seminario in cui volontariamente era entrato. 

    Messori, il caso Mortara è una ferita ancora aperta. Gli ebrei italiani protestarono quando Wojtyla beatificò Pio IX. E’ possibile sostenere che il Pontefice non potesse comportarsi diversamente con quel bambino? 

    Del caso Mortara, Pio IX avrebbe fatto volentieri a meno. Gliene vennero accuse, calunnie, dolori immensi; non a caso lo definì "il figlio delle lacrime". Subì pressioni di ogni tipo; anche da James Rothschild, finanziatore di tutti i governi d’Europa, compreso quello pontificio. Ma sempre il Papa rispose: Non possumus. Perché non aveva scelta; sia per il diritto civile, sia per il diritto canonico». 

    Che cosa c’entra il diritto civile? 

    I Mortara avevano violato la legge dello Stato pontificio che imponeva agli ebrei di non tenere a servizio cristiani; e questo, proprio per evitare casi analoghi. 

    Proprio per questo? 

    Fin dal Medioevo i Papi proibivano con norme severissime il battesimo di figli di genitori non cattolici; a meno che il bambino non fosse in pericolo di vita. E il piccolo Edgardo Mortara lo era. Per questo il battesimo impartitogli dalla domestica fu un atto non solo valido, per un cattolico, ma legittimo. Il diritto canonico non lascia alternative: il battesimo introduce un mutamento irrevocabile, impone di dare al battezzato un’educazione cattolica. Ancora oggi, dopo il Vaticano II, il nuovo codice canonico non innova al riguardo. 

    Sta dicendo che il caso Mortara potrebbe ripetersi ancora oggi? 

    In punto di fatto, un nuovo caso Mortara oggi non è concepibile; e sono il primo a rallegrarmene. In punto di diritto, nel suo minuscolo Stato il Papa non potrebbe fare nulla di diverso da quel che fece Pio IX. 

    In ogni caso, questo riguarda i cattolici. Per gli ebrei, Mortara resta comunque un figlio sottratto alla famiglia. 

    Sono consapevole, lo ripeto, che il caso Mortara fu un dramma. Lo riconobbi fin da quando me ne occupai per la prima volta, anni fa. Ma sostenni pure che Dio seppe scrivere dritto su righe storte. Ora le parole stesse del protagonista, rimaste inascoltate per un secolo e mezzo, lo confermano. Quanto alla malattia nervosa che fece penare a lungo questo sacerdote, potrebbe trattarsi di un male ereditario, di cui soffrivano altri membri della sua famiglia, compreso il padre, Momolo; come rivelò il processo intentatogli dopo l’Unità per l’omicidio di un’altra domestica, in cui alla fine, in appello, fu assolto. 

    Messori, ci sono altri passi della sua introduzione che accenderanno polemiche. Come quando racconta che l’Alliance Israélite Universelle promise 20 mila franchi a chi avesse organizzato un’incursione armata a Roma per liberare il bambino e lo definisce «quasi una prefigurazione degli "omicidi mirati" dell’esercito israeliano». 

    Queste non sono opinioni, sono fatti. E i fatti, per restare in Francia, sono tétus, testardi. Quanto a eventuali sospetti: so bene che è esistito, purtroppo, un antigiudaismo cristiano. Ma su base religiosa; non razziale. L’antisemitismo nasce dopo il darwinismo, con il positivismo ateo, ed è messo in pratica dal nazismo. Non a caso l’ebreo Mortara è accolto dal Papa come un figlio e fu sempre un beniamino della Chiesa; ma, se non fosse morto in Belgio nel 1940, alla vigilia dell’invasione tedesca, sarebbe finito nei lager, come un’altra grande ebrea convertita, santa Edith Stein. 

    (Corriere della Sera, intervista, 13 giugno 2005)

  • ReteLibera
    00 29/05/2012 00:47
  • ReteLibera
    00 29/05/2012 01:03


    - Ma che bella famigliola cristiana....i miei complimenti! -
    - Grazie santità. Mio marito si affatica molto nell'ammazzare
    gli oppositori politici tutti i giorni, ma con la Sua apostolica
    benedizione saprà trovare nuovo slancio e vigore spirituale. -


    - Complimenti caro Pinochet, Lei è riuscito a infondere un po'
    di sano timore di Dio a questi cileni comunisti.... -
    - Modestamente Santità... abbiamo faticato molto per torturare
    e uccidere quei bastardi rossi, ma ora il Cile è abbastanza
    sottomesso e devoto. -

     

    [Modificato da ReteLibera 29/05/2012 01:06]
  • ReteLibera
    00 29/05/2012 01:24
    Pio IX

    Tale papa, imperterrito antisemita al punto di chiamare gli ebrei   “cani” fino a dichiarare espressamente
    “di questi cani cen’ha pur troppi oggidì in  Roma, e li sentiamo latrare per tutte le vie, e ci vanno molestando per tutti i luoghi”,
    fece nuovamente rinchiudere gli ebrei nel “ghetto”ed impose ai commercianti ebrei a  dovergli pagare il “pizzo”, proibì ai medici ebrei di esercitare la professione, fece  incarcerare un ebreo benestante per il semplice motivo di avere assunto come lavandaia una donna cristiana (cfr. Roth C.: «History of the Jews in Italy», Filadelfia, 1941) ed arrivò persino a fare rapire, per farli crescere nella “vera religione”, tre  bambini ebrei (Edgardo Mortasa, Giuseppe Michele Coen e Graziosa Cavigli) (cfr. Kertzer D.I.: «The Kidnapping of Edgardo Mortara», New York, 1997), battezzati nascostamente dalla rispettive bambinaie cristiane!

    Si pensi che questo pontefice è  stato beatificato, da Papa Giovanni Paolo II, il 3 settembre 2000, nonostante il giudizio estremamente negativo sulla sua persona, espresso da Giuseppe Garibaldi  ― in una lettera scritta l’8 dicembre 1869 in occasione del Concilio Vaticano che  sancì l’“infallibilità del papa” e la “perpetua Verginità” di Myriam Bar-Yeôyakim (Maria Figlia di Gioacchino) “ante partum, in partu et post partum” ― come segue: 12 «…nella contaminata vecchia capitale del mondo, si discuterà sulla verginità di Maria, che partorì un bel maschio sono ora 18 secoli (e ciò importa veramente molto alle affamate popolazioni); sulla eucaristia, cioè sul modo di far inghiottire il reggitore dei mondi, e depositarlo poi in un closet qualunque.

    Sacrilegio, che prova l’imbecillità degli uomini che […] così sfacciatamente si fa beffa di loro […]  sull’infallibilità di quel metro cubo di letame che si chiama Pio IX…» (cfr. Ciampoli D.: «Giuseppe Garibaldi: scritti politici e militari. Ricordi e pensieri inediti, raccolti su autografi, stampe e manoscritti», Roma, 1907).


    Tratto da:

    CXX. I MASSACRI ED I CRIMINI DI OGNI GENERE
    SISTEMATICAMENTE COMMESSI DAI “CRISTIANI” FIN DALLI’INIZIO
    DELLA LORO EGEMONIA
    FERNANDO LIGGIO


    Articolo integrale in pdf:  http://www.fernandoliggio.org/art120.pdf




    [Modificato da ReteLibera 29/05/2012 01:31]
  • ReteLibera
    00 02/06/2012 12:41
    Re: Ci sono le prove Raf?
    Sonnyp, 28/05/2012 20.33:

    Questo tread particolare che hai aperto sul precedente papa, ha suscitato in me particolari curiosità che vorrei approfondire....
    Poichè, SICURAMENTE sei più bravo di me a reperire questi argomenti e possibilmente le relative prove, ti chiedo espressamente un favore personale: Ci sono le prove di quello che sotto ti riporto quotando?

    []



    E questo è il secondo punto, ancora più importante che mi servirebbe per porre in silenzio una volta per tutte una certa persona. Grazie per il tuo aiuto. Shalom.


    Tra Aprile e Giugno 1994 Wojtila ha consentito quasi un milione di morti in tre mesi in Rhuanda, rimanendo in omertoso silenzio: tacendo durante i massacri.

    Il genocidio dei Tutsi da parte degli Hutu nel Ruanda fu sostenuto, difeso, e coperto dalla chiesa cattolica e dall’istituzione in loco, con il silenzio-assenso del pontefice Giovanni Paolo II.

    Costui è stato capace di esporsi per i religiosi che dovevano sfuggire alle insidie della guerra, ma non è stato pronto a farlo per la comunità dei Tutsi. Per quest’ultimi non solo non ha mai fatto nulla, né ha mai mostrato alcuna compassione, ma, al contrario, si è reso corresponsabile della discriminazione razziale prima della guerra in Rhuanda: la discriminazione per l’entrata in seminario, per la formazione, per l’ordinazione, fino a quella per la direzione di scuole cattoliche e l’avanzamento nella gerarchia ecclesiastica.








    Epitaffio per Carlisaia Bellomi, prete assassino

     

    Carlisaia_bellomi

     

     

     

    ____________________________________________________________________

        Quest’uomo, il missionario Carlo Isacco Bellomi conosciuto in Rwanda come Bérôme Carlisquia, morto nel suo letto con tutti gli onori a Castelfranco il 17 gennaio 2011,  è un assassino.

    Nel 1994 ha partecipato attivamente al genocidio, guidando bande di milizie Interahamwe alla scoperta dei Tutsi che cercavano di nascondersi. E negli anni precedenti, durante il suo lungo soggiorno in Rwanda, ha predicato l’odio razzista, partecipando ai massacri anche prima del grande genocidio. Quiqui e qui trovate le testimonianze.

    Possiamo dire che l’ha fatta franca, perché con la scusa di essere morto si è sottratto al giudizio degli uomini.

    Quanto al giudizio di Dio, esiste soltanto per chi crede agli spiriti.


    Dragor

    [Modificato da ReteLibera 02/06/2012 12:43]
  • ReteLibera
    00 02/06/2012 13:03

     “ARRESTATE QUEL PRETE ITALIANO”

    La Repubblica, 21 dicembre 1996 — pagina 17 sezione: MONDO KIGALI-

    Padre Carlo Bellomi rischia la vita. Potrebbe essere condannato a morte dal governo ruandese che lo indica tra i mandanti del genocidio del 1994. Il religioso italiano è nella lista ufficiale (che contiene 1946 nomi), diffusa pubblicamente in Ruanda ai primi di dicembre.

    Oltre a lui ci sono altri 10 religiosi (tra cui un francese, padre Gabriel Maindron), quasi 150 funzionari e dignitari di Stato (per esempio la moglie del presidente Habyarimana, Agathe), e poi centinaia di militari delle Forze armate, contadini, gente comune. Tutti accusati d' aver preparato, e compiuto, il massacro di oltre 800 mila persone.

    Il padre italiano era stato arrestato e incarcerato in Ruanda il 7 giugno del ' 95, nella diocesi di Kibungo, nel sud-est del paese. L' anziano missionario, è nato nel Nord Italia nel 1921, è rimasto in prigione per quasi un anno, con l' accusa di genocidio.

    Alla fine di aprile, dopo l' interessamento diretto del governo italiano, il senatore della Lega Nord Fiorello Provera, con una breve missione in Ruanda, lo ha fatto uscire dal carcere e lo ha riportato in Italia. Le condizioni di salute del religioso erano tali, insistevano le autorità italiane, da mettere a repentaglio la sua vita. Adesso però la giustizia ruandese vorrebbe processarlo e, secondo la legge di Kigali, potrebbe giustiziarlo, se le accuse che gli vengono mosse si rivelassero tutte fondate. Perché padre Bellomi fa parte della prima categoria, quella dei mandanti, quelli che pagherebbero con la vita le loro colpe.

    Le altre tre categorie, che compredono gli oltre 80 mila incarcerati del paese (e i molti ancora rifugiati oltrefrontiera), prevedono l' ergastolo, (2 per categoria), e man mano pene di detenzione più lievi.

    I giudici avrebbero raccolto molte testimonianze; per qualcuno "padre Bellomi è stato visto portare Interahamwe (i miliziani hutu, ndr) sulla sua auto", altri "lo hanno visto presente sui luoghi del massacro". Nessuno però, stando alle prove raccolte, lo ha visto materialmente uccidere. Tanto basta comunque al giudice del distretto di Kibungo per volerlo processare. Per adesso però la giustizia ruandese sembrerebbe non aver ancora trovato testimoni oculari, persone realmente presenti che hanno visto padre Bellomi accompagnare gli estremisti hutu armati di machete nei luoghi dove compivano le stragi.

    Ma, spiegano fonti occidentali, l'accusa per sentito dire qui ha una certa fondatezza, perché quello che qualcuno diffonde a voce viene di solito preso come verità; ovvero, la tradizione orale africana conserva ancora un grande valore, anche nel caso di un' accusa. "Certo, è stata una sorpresa per noi leggere il nome di padre Carlo Bellomi nella lista della prima categoria, non ci aspettavamo una messa in stato d' accusa del genere", spiegano i Padri Bianchi di Kigali.

    Sono loro i missionari responsabili della 'Santa Famiglia', la grande chiesa in mattoni rossi che sorge nel centro di Kigali e dove, secondo molte testimonianze, agiva padre Wenceslas Munyeskaya. Il prete ruandese (anch' egli nella lista dei 1946), avrebbe redatto lunghi elenchi di persone, consegnandoli poi agli Interahamwe che avrebbero pensato a giustiziarle.

    Per questi elenchi padre Wenceslas (che è accusato anche dal giornale cattolico francese Golias), è finito nella lista. Adesso è in Francia, rimesso in libertà dalla giustizia francese dopo un periodo di detenzione. Il suo fascicolo è nelle mani dei giudici del tribunale internazionale di Arusha, in Tanzania, dove dovrebbero essere giudicati - con un procedimento identico a quello usato dal tribunale per i crimini nell' ex Jugoslavia - i responsabili del genocidio.

    La giustizia ruandese s' è venuta così a trovare in conflitto con il tribunale internazionale, che oltretutto non prevede la pena di morte per i condannati. L' anno scorso il governo di Kigali ha tentato di dimostrare d' essere ben più efficiente e rapido di Arusha; ma in realtà sembra che la macchina giudiziaria non si sia ancora messa in moto. E viene reputato assai improbabile che tutti i processi vengano portati a termine.

    Intanto, le persone accusate restano negli oltre 250 cachot, le prigioni create in fretta e furia ovunque nel paese per rinchiuderli. Della lista, solo tre preti, ruandesi, sono dietro le sbarre. Neanche Agathe, consorte del presidente assassinato il 6 aprile del ' 94 (giorno d' inizio dei massacri), è nelle mani della giustizia di Kigali. Viene ritenuta a capo della banda di estremisti hutu del partito del marito.

    Il gruppo aveva creato un ' governo parallelo' a quello ufficiale, contrario a ogni accordo con i tutsi, cosa che invece Habyarimana era quasi riuscito a fare. Per questo fu abbattuto il suo aereo e si scatenò la caccia agli hutu moderati e a tutti i tutsi. Sembra che gli attacchi contro padre Bellomi, presente in Ruanda fin dal 1947, risalgano alla fine degli Anni ' 50 e ai primi Anni ' 60, quando il Ruanda divenne indipendente dal Belgio.

    Dietro alle accuse recenti si nasconde forse la vendetta di alcuni gruppi che si sentirono trattati male dal religioso. Il governo italiano, attraverso l' ambasciata in Uganda, si sta occupando del caso. Ed è comunque assai prematuro parlare dei possibili meccanismi d' estradizione da Italia e Ruanda.

    Per quel che riguarda il Vaticano, non sembra finora esserci una presa di posizione ufficiale. Pochi giorni fa il Papa ha dichiarato che "i religiosi che in Ruanda si sono resi responsabili di atti contrari alla morale cattolica", devono essere pronti a pagare per le loro colpe. Ma il Papa è anche contro la pena di morte. - dal nostro inviato STEFANO CITATI




    Come potete vedere
    , per salvare Bellomi si è mobilitata la Lega Nord e perfino Susanna Agnelli. Come no, con quale diritto si mette in prigione un prete, e per di più bianco, solamente per avere ammazzato qualche negro?

    Roba da matti, non c’è più religione.

    Notate che i baciapile non hanno fatto quadrato soltanto intorno a Bellomi.

    Athanase Séromba, uno dei più grandi assassini della storia, colpevole di avere bruciato 2000 persone nella sua chiesa e poi averle schiacciate con il bulldozer, è stato difeso con le unghie e coi denti da ben 2 papi, Woytila e Ratzinger.

    Come potete leggere nell’articolo di Repubblica, “pochi giorni fa il Papa ha dichiarato che i religiosi che in Ruanda si sono resi responsabili di atti contrari alla morale cattolica devono essere pronti a pagare per le loro colpe”. Un’altra conferma, se mai fosse necessaria, che i papi hanno la lingua più biforcuta di quella di un cobra, dato che TUTTI, e sottolineo TUTTI, i preti assassini sono stati difesi, protetti e coccolati dalla chiesa cattolica in ogni modo possibile.

    Per farsi liberare, Bellomi ha piagnucolato che era praticamente moribondo, cosa che non gli ha impedito di sopravvivere per ben 16 anni dopo il suo ritorno in Italia, segno che al momento dell’arresto godeva di una salute di ferro. Un altro bugiardo.

    Come ha mentito sulle sue attività in Rwanda, in modo da farsi passare per santo presso i poveri ingenui che gli davano retta nella provincia di Brescia: “Ero là per aiutare gli orfanelli…” Balle. Di questo personaggio ho sentito parlare fin dagli anni Ottanta. Era là per predicare l’odio. Per lui i Tutsi erano atei, comunisti e figli di Satana (sottinteso: andavano sterminati).


    Infatti, al momento buono, si è armato di un fucile e ha indossato la tuta mimetica delle FAR per guidare gli Interahamwe al massacro. Era allo stesso tempo un mandante e un esecutore. Al posto di Kagame non lo avrei lasciato partire. Avrebbe meritato la pena di morte che a quell’epoca in Rwanda era ancora in vigore e che è stata abolita pochi anni dopo, mentre i preti l’hanno mantenuta in vigore per secoli, anche dopo la perdita del potere temporale.

    Questo per rispondere a Repubblica che dice “il papa è contro la pena di morte”. Una delle tante balle che provengono da quella fabbrica di menzogne che si chiama Vaticano.

    “Nessuno” dice l’articolo “ha visto Bellomi materialmente uccidere”. Non c’è da meravigliarsi: i suoi amici Interahamwe si guardano bene dal parlare, sapendo che sarebbero puniti per i loro crimini.

    Quanto alle vittime, com’è noto, i morti non parlano.

    Dragor

  • ReteLibera
    00 02/06/2012 13:24

    Beato Wojtyla protettore degli assassini

    800px-papajcruz_brazil  

    La Chiesa cattolica
     ha ogni diritto di proclamare santo chi le pare, ma noi abbiamo ogni diritto di utilizzare la scelta per determinare la sua idea di virtù. In breve, se la Chiesa  proclama santo Jack lo Squartatore, possiamo legittimamente esprimere qualche riserva riguardo ai suoi principi morali. Ora, Wojtyla ha fatto più vittime di Jack lo Squartatore. Il buon Jack si è limitato a far fuori 5 puttane, Karol ha provocato la morte di milioni di persone. E’ complice di spietati assassini, li ha protetti e le prove sono schiaccianti. Ma per la Chiesa i crimini di Wojtyla sono virtù, perché sono stati compiuti per salvare la sua reputazione e consolidare il suo potere.

        Con Wojtyla, la Chiesa replica l’operazione mistificatoria che le è spesso riuscita nel corso dei secoli a partire dalla sua fondazione: prendere un personaggio e ricostruirlo di sana pianta per le sue necessità di facciata. La realtà del personaggio è secondaria, conta soltanto la sua ricostruzione. Una delle tante menzogne sulle quali è costruita la Chiesa. Beatificando il papa polacco la Chiesa ha inteso blindarlo come sta cercando di fare con Pacelli, situandolo al di sopra di ogni sospetto. Si è perfino trovato il miracolo necessario e tanti saluti all’intelligenza, l’importante era farlo santo prima che qualcuno scoprisse gli altarini.



        Nel 1994, con Wojtyla al potere, la Chiesa cattolica ha partecipato attivamente al genocidio dei Tutsi in Rwanda che secondo le ultime stime ha provocato come minimo un milione e mezzo di vittime.

    Nel 1959 i Tutsi avevano osato chiedere l’indipendenza del Rwanda e la partenza dei missionari, firmando così la propria condanna a morte. Da quell’anno in Rwanda è stato tutto un seguito di pogrom e massacri contro i Tutsi da parte degli Hutu aizzati dai missionari. Non c’è da stupirsi che nei mesi di aprile e maggio del 1994 molti preti cattolici, non soltanto Hutu ma anche bianchi come il bresciano Carlo Bonomi in arte Berôme Carlisquia e il belga Guy Theunis abbiano partecipato attivamente al genocidio. 

    Finita la guerra con il rovesciamento del regime genocidario clerico-fascista di Juvénal Habyarimana  (grande amico di Wojtyla), il papa polacco ha aperto il suo ombrello protettore per aiutare i preti assassini a sfuggire alla giustizia, più o meno come ha fatto con i preti pedofili.

    Approfittando dell’operazione Turquoise lanciata dalla Francia (che pure aveva i suoi peccati da nascondere), centinaia di preti assassini hanno lasciato il Rwanda per rifugiarsi in Zaire o in Kenya passando da una missione all’altra  per poi essere trasferiti in Europa dove Wojtyla li ha accolti a braccia aperte e nascosti in oscure parrocchie.

    Avevano le mani sporche di sangue, ma che cosa importava?

    La reputazione della Chiesa era molto più importante. E in ogni caso i morti erano neri, che evidentemente per Wojtyla contavano molto meno dei morti bianchi.

     

       Fra questi preti c’era un assassino diverso dagli altri, forse il più grande assassino della storia: si chiama Athanase Séromba e da solo ha fatto più vittime che i nazisti alle Fosse Ardeatine e a Marzabotto insieme. 

    Ha attirato 2000 persone nella sua chiesa, le ha chiuse dentro e le ha bruciate vive, poi  si è fatto prestare un bulldozer da una ditta italiana ed è passato personalmente sulle macerie ancora fumanti. Quando Séromba è arrivato a Roma attraverso la solita rete di missioni e conventi,  Wojtyla si è guardato bene dal consegnarlo alle autorità. Lo ha accolto a braccia aperte  e lo ha sistemato in una parrocchia a Montughi, vicino a Firenze, dove l’assassino ha potuto celebrare la messa, dare la comunione ai fedeli e insegnare il catechismo ai bambini. Natiuralmente a spese dei contribuenti italiani.


        I difensori del polacco diranno:  Wojtyla non sapeva. Certo, lo dicevano anche i difensori dei criminali nazisti. A parte il fatto che, in un organismo centralizzato come la Chiesa Cattolica, il capo supremo e' responsabile di tutto quello che fanno i suoi subordinati,  Wojtyla sapeva tutto, perché sulla sua scrivania si erano accumulati i rapporti  di African Right, di Human Rights  Watch, del Tribunale Penale Internazionale e del governo rwandese che reclamava la sua estradizione.

    Rapporti imbottiti di prove schiaccianti sul colpevole di uno dei massacri più agghiaccianti della storia. Io stesso ho partecipato a una raccolta di firme e scritto a titolo personale. Sapeva quello che era successo in Rwanda perché era uno dei principali istigatori, avendo ordinato ai preti locali di criminalizzare i Tutsi.

    Così sapete che cos’ha fatto? Ha cestinato tutto.

    Séromba aveva ammazzato 2000 persone e allora? Il prestigio della Chiesa contava di più.  

    Poi,  come fanno di solito i papi, ha ricattato il governo italiano: se  estradate Séromba, vi togliamo l’appoggio elettorale. Così ha costretto il governo a fare quadrato intorno a Séromba.

    Un prete non deve rispondere a un tribunale secolare.

    Un riflesso da capomafia, certamente non da persona onesta. Solamente dopo la morte di Wojtyla, quando lo scandalo Séromba aveva assunto dimensioni internazionali e stava diventando controproducente per la Chiesa, il nuovo papa Ratzinger è crollato e ha ceduto alle pressioni di Carla del Ponte, permettendo al governo italiano di estradare Séromba perché fosse giudicato, non senza raccomandare di trattarlo bene.

        Qualcuno dirà: tutti possono sbagliare, forse in seguito  Wojtyla si è pentito dei suoi crimini. Niente di più sbagliato.

    Dopo il genocidio, Wojtyla ha sempre mantenuto la stessa linea: difesa a oltranza degli assassini. Dopo il processo in Belgio di suor Gertrude e suor Maria Kisito, accusate e condannate per avere attirato 7000 persone nel loro convento (pensate, 3 volte le vittime delle Torri Gemelle) e averle bruciate vive, sentite come si esprime il polacco al loro riguardo per bocca del suo portavoce Joaquin Navarro-Valls“Le imputate hanno potuto far valere la loro versione dei fatti in un paese straniero così lontano dal Rwanda? Nell’attesa di una sentenza definitiva, il Santo Padre esprime una certa sorpresa per il loro processo” (Le Soir, Bruxelles, 11 giugno 2001, “Il Santo Padre si stupisce del processo di Bruxelles”).

    Ma quale attesa di una sentenza definitiva? Il processo era finito! Mai vista una malafede più colossale, mai vista tanta cinica freddezza nei confronti delle vittime. Sembra di sognare. Pensate che cosa sarebbe successo se, dopo la condanna di Eichmann, qualcuno avesse espresso "un certo stupore" per il suo processo. Ma siccome i morti erano africani, Wojtyla l'ha fatta franca. 

       Dopo avere contribuito a provocare il genocidio, nascosto gli assassini e averli difesi a spada tratta quando sono stati scoperti,  Wojtyla ha praticato attivamente  il negazionismo. Sentite come si esprime il 19 maggio 1999 sull’Osservatore Romano  in un articolo firmato con 3 asterischi (segno di un articolo scritto o ispirato dal papa): “In Rwanda è in corso un’autentica campagna di diffamazione contro la Chiesa Cattolica, che si cerca di far passare come responsabile del massacro dell’etnia Tutsi. L’arresto di monsignor Misago cinque anni dopo i massacri deve essere considerato come l’ultimo atto di una strategia del governo rwandese per ridurre o eliminare il ruolo conciliante della Chiesa nella storia dfel Rwanda passata e presente, cercando con ogni mezzo d’infangare la sua immagine (…) Attualmente l’attenzione della popolazione è concentrata sul genocidio del 1994. In realtà c’è stato un doppio genocidio: quello contro i Tutsi e certi Hutu moderati, effettuato a partire dal 6 aprile 1994, e quello contro gli Hutu a partire dal mese di ottobre del 1990 fino alla presa del potere da parte del Fronte Patriottico Rwandese (FPRì tutsi nel luglio 1994. Questo genocidio degli Hutu è proseguito nella foresta zairese dove gli Hutu in fuga sono stati inseguiti e massacrati per sei mesi senza nessuna protezione da parte della comunità internazionale. Il numero di vittime Hutu ammonta a circa un milione. I due genocidi sono entrambi orribili e vanno ricordati entrambi, se si vuole evitare una propaganda unilaterale.”

       Va detto che gli “Hutu in fuga” erano in realtà gli assassini che si stavano riorganizzando sotto la guida della Francia e la protezione della Chiesa per cercar di riprendere il potere in Rwanda, terrorizzando con stupri, saccheggi e massacri tanto le popolazioni locali che quelle frontaliere del Rwanda, e il cosiddetto “secondo genocidio” era la reazione rwandese per mettere fine alle loro violenze.

    Reagendo a questo articolo, la rivista “Billets d’Afrique” (agosto 1999) scrive giustamente: “L’ultimo paragrafo è esso stesso una tragedia, tenendo conto dell’influenza della Chiesa in Rwanda. Si può discutere sulla qualificazione dei massacri dei rifugiati Hutu. Le cifre ufficiali danno un massimo di 200.000 dispersi. Ma non è questo che rende intollerabile il testo. E’ l’affermazione che un secondo genocidio degli Hutu sarebbe stato compiuto dai Tutsi dall’ottobre del 1990 al luglio del 1994. Questa affermazione sottolineata, ripetuta, con l’evocazione di un milione di vittime hutu, non ha nessuna base storica. Peggio ancora, questi propositi del Vaticano riprendono esattamente la tesi dei pianificatori hutu del genocidio dei Tutsi: questo sarebbe una reazione al genocidio  degli Hutu da parte dei Tutsi, un’autodifesa. Così le più alte sfere della Chiesa si allineano con l’ideologia genocidaria e la rialimentano. Questa presa di posizione insensata si avvicina alla complicità…”

        Da tutto questo emerge la vera immagine di Wojtyla: un individuo cinico, razzista, calcolatore, sprezzante, privo di ogni senso morale, al quale interessava soltanto il potere della Chiesa. Più di tutto, anche della vita umana, specialmente della vita di umani neri.

    E' uno dei personaggi piu' loschi che abbiano inquinato il XX secolo, puo' essere affiancato a Hitler, Himmler, Franco, Stalin, Mussolini, Pol Pot. 

     E’ comprensibile che sia stato beatificato, visto che per la Chiesa di Roma i crimini commessi nel suo interesse sono azioni altamente meritorie, e questo la dice lunga sulla sua idea di virtù. Poi, naturalmente,Wojtyla ha difeso anche i pedofili, ma di questa storia parleremo domani.

     Dragor

  • ReteLibera
    00 02/06/2012 16:13

    Il genocidio ed il ruolo della Chiesa in Rwanda

     
    Qual è stato, esattamente, il ruolo della Chiesa cattolica durante il genocidio in Rwanda?
     
    NDAHIRO TOM, un commissario rwandese per i diritti umani, dimostra la profonda complicità storica e politica della Chiesa nella vicenda e la invita a riconquistare la sua credibilità contribuendo al processo di giustizia.
     
    21 aprile 2005 - Ndahiro Tom
    Fonte: PAMBAZUKA 
    www.pambazuka.org
     
    "Non comprendono nulla i malvagi, che divorano il mio popolo come pane? (salmo 14)
    Disseminate su colline, valli e montagne di tutto il Rwanda, centinaia di croci segnano le fosse comuni, dove si trovano i corpi delle vittime del genocidio del 1994.

    I Tutsi sono stati massacrati anche nelle vicinanze o all'interno dei luoghi di culto, incluse le chiese cattoliche: paradossalmente questo è il paese più cristianizzato dell'Africa, tanto che i cristiani costituiscono circa l'80% della popolazione.

    I vescovi locali hanno affermato, più d'una volta, che tutti i rwandesi credono in Dio ( v. Kinyamateka, No. 1614, Gennaio 2003, pg.6)

    In centinaia di chiese e cappelle, che si trovano in tutto il paese, quasi tutti i giorni i fedeli ripetono il "Padre nostro", invocando il Signore che li liberi dal male (Matteo, 6:13).

    A questo punto viene da chiedersi: da dove è provenuta la cattiveria che è alla base del genocidio?


    Come, da chi è nato questo sentimento? 



    Sicuramente, una parte della risposta si trova nella Chiesa e nei suoi membri.
    Secondo il pensiero di Jean-Pierre Karegeye, un prete gesuita, il genocidio è moralmente deplorevole e in esso il male si esprime dimenticando Dio: esso è, quindi, una nuova forma di ateismo.
     
    A tal riguardo, Karegeye si pone delle domande che meritano considerazione:

    "Cristiani che uccidono altri cristiani?

    Come è possibile che dei cristiani, che hanno espresso il loro impegno nella fede, abbiano potuto agire in maniera così crudele?

    Come può, della gente normale, compiere atti straordinariamente malvagi?

    Il peccato del genocidio si frappone tra il Dio della Chiesa Cattolica e coloro che hanno commesso tali atrocità?

    E come spieghiamo che alcuni preti, macchiatisi di crimini crudeli, possano, ancora oggi, guidare delle parrocchie nelle regioni occidentali del paese?

    Perché il Vaticano li protegge dai procedimenti penali a loro imputati?". 


    Egli conclude dicendo che "l'attitudine della Chiesa nei confronti del genocidio sembra voler farci capire che i valori religiosi siano altra cosa e rispettino delle priorità diverse rispetto ai valori umani".
     
    Generalmente, in Rwanda, la leadership della Chiesa Cristiana, e specialmente della Chiesa Cattolica, ha giocato un ruolo centrale nella creazione dell'ideologia razzista e nell'appoggio ad essa, incoraggiando un sistema introdotto dagli europei. Alla base di esso ci sono molte problematiche. 


    In primo luogo, possiamo considerare la visione razzista della storia rwandese, imposta dai missionari e dai colonialisti, che assegnava un'importanza maggiore ad un gruppo etnico piuttosto che ad un altro, secondo i miti camitici e bantu [1]

    In secondo luogo, ha contato molto anche un controllo estremamente rigido cui sono stati sottoposti gli studi storici e antropologici relativi al Rwanda. 

    Infine, la società rwandese è stata "riconfigurata", insistendo sulle differenziazioni di tipo etnico già esistenti.
    Però mentre, nel periodo precoloniale, esse erano alla base di divisioni socio-politiche, successivamente hanno assunto un carattere propriamente razzista.

    Dai tardi anni '50, in seguito al fatto che alcuni concetti erano stati distorti, la democrazia è divenuta esclusivamente una democrazia formale, numerica o, possiamo dire, demografica. 

    Dopo la cossiddetta "rivoluzione sociale" del 1959, infatti, è prevalsa la filosofia del "rubanda nyamwinshi", tipica espressione Kinyarwanda che politicamente ha assunto il significato di "maggioranza Hutu": essa non rispetta nessun principio democratico.
    Dal mio punto di vista, i ripetuti genocidi rwandesi, praticati da quell'anno in avanti, avevano lo scopo di mantenere "la maggioranza Hutu" al potere, uccidendo i Tutsi. Poi la "giustizia distributiva" è stata messa in relazione alle proporzioni etniche e regionali delle due etnie, cosicché la rivoluzione si è tramutata in un genocidio legittimo dei Tutsi.

    Le autorità ecclesiastiche hanno continuato a diffondere le teorie razziste soprattutto nelle scuole e nei seminari, sui quali esercitavano il loro controllo: l'elite che poi ha governato il paese è stata educata proprio in questi istituti.

    Secondo quanto afferma lo storico della chiesa Paul Rutaysire, sia prima che dopo il genocidio alcuni autorevoli ecclesiastici, tra cui vi erano sia vescovi che preti, hanno diffuso gli stereotipi culturali usati dal governo rwandese, dominato dagli Hutu, al fine di deumanizzare i Tutsi. 

    La Chiesa Cattolica e il potere coloniale hanno lavorato insieme per organizzare movimenti politici razzisti come il Partito per l'Emancipazione degli Hutu (Parmehutu). 

    Quando il Movimento Rivoluzionario Nazionale per lo Sviluppo (MRND), a metà degli anni '70, ha introdotto e istituzionalizzato le politiche di discriminazione razziale, chiamate da loro "equilibrio etnico e regionale" (un sistema basato su proporzioni numeriche) la Chiesa ha dato tutto il suo appoggio.

    Tuttavia, il 30 aprile del 1990 il silenzio è stato rotto da 5 preti della diocesi di Nyundo. In una lettera indirizzata agli arcivescovi rwandesi, essi hanno definito il sistema "proporzionale" come "razzista" e hanno evidenziato la necessità urgente che "la Chiesa di Gesù Cristo che ha sede in Rwanda denunciasse a voce alta e instancabilmente la situazione", dal momento che questa era "un'aberrazione" in seno alla Chiesa.

     Hanno altresì ribadito che l'unica e vera giustizia, nelle scuole e nelle attività lavorative, era data dalla valorizzazione delle capacità individuali, piuttosto che dalle origini etniche. Solo su questa base il paese avrebbe potuto avere dei cittadini capaci di guidarlo con competenza ed equità. 

    In conclusione, essi hanno scritto: "La Chiesa non dovrebbe essere vassalla del potere secolare, ma piuttosto essere libera di parlare con sincerità e coraggio, quando ciò si rende necessario". Gli autori della lettera erano: Fr. Augustin Ntagara, Fr. Callixte Kalisa, Fr. Aloys Nzaramba, Fr. Jean Baptiste Hategeka, Fr. Fabien Rwakareke. 
    Escluso gli ultimi due, sono stati tutti uccisi durante il genocidio.
     
    All'interno della Chiesa Cattolica, la politica discriminatoria è rimasta a lungo nei seminari.

    A quanto afferma Fr. Jean Ndolimana, i Tutsi che entravano all'interno degli istituti diocesani di formazione dei sacerdoti erano solo il 4% del totale.

    Sul documento scolastico, i seminaristi dovevano indicare l'appartenenza etnica delle loro famiglie. 

    Invece di condannare coloro che si dichiaravano contro il sistema razzista e di giocare un ruolo importante, convincendo i confratelli ad accettare una politica così immorale, i capi della Chiesa avrebbero dovuto denunciare la discriminazione.

    Purtroppo, la Chiesa si è messa affianco al regime politico dimostrandosi, per questo, inadatta a svolgere il suo ruolo profetico.

    Non ha denunciato le ingiustizie politiche e sociali, così come non ha condannato i primi omicidi di massa, né tantomeno quelli che sono seguiti. 


    E' difficile descrivere la posizione presa dalla Chiesa istituzionale sia prima che durante il genocidio.

    Sarebbe giusto riportare una dichiarazione di alcuni "cristiani", incontratisi a Londra nel giugno del 1996:

    "La Chiesa è malata e le radici di tale malattia fanno capo, in parte, alle "chiese madri"
    [2].

    La crisi che sta affrontando è una delle più gravi della storia: la Chiesa ha fallito nella sua missione e ha perso la sua credibilità, soprattutto a cusa del genocidio rwandese.

    Ha bisogno di pentirsi davanti a Dio e alla società rwandese e deve cercare conforto nel Signore". 

    La diagnosi riassume efficacemente la situazione: la Chiesa, mancando di rimorso per ciò che ha fatto, non può pentirsi.

    La conseguenza, secondo me, è che essa svolge tuttora un ruolo attivo, che è proprio dell'ultima fase della pulizia etnica: la rimozione del dramma. 

    Nel 1994 ventinove preti cattolici rwandesi, da Goma, nello Zaire, avevano scritto una lettera al papa, chiedendo che il governo del loro paese permettesse agli esiliati di tornare nelle proprie case e, successivamente, indire un referendum per decidere delle sorti politiche del Rwanda. 

    Gli autori della lettera, in realtà, non avevano delle buone intenzioni, ma volevano esprimere chiaramente il loro disprezzo per il giudizio del papa sulla situazione.
    Infatti, il 15 maggio di quell'anno, il pontefice aveva dichiarato che i massacri avvenuti in Rwanda non erano solo massacri, ma un vero e proprio genocidio. 

    I preti avevano scritto: "Tranne coloro che non vogliono sapere o non vogliono capire la realtà, tutti sanno che i massacri avvenuti in Rwanda sono il risultato della provocazione della gente da parte della RPF [3]".

    Quindi questi preti, contaminati dall'ideologia razzista, hanno ritenuto che anche il papa fosse tra coloro che "non vogliono sapere la verità"; per coprire, in realtà, i loro errori e quelli commessi dal governo che servivano.

    Accettare il fallimento è una virtù. Ciò nonostante, farlo è difficile per un'istituzione come la Chiesa cattolica, che è nota per il rispetto di cui gode in tutto il mondo. Ed è sicuramente più difficile accettare il fallimento in questo caso, poiché si è resa colpevole di aver partecipato alla discriminazione razziale e ad un genocidio.

    La Chiesa ha deciso di adottare, come strategie, il silenzio e la calunnia.

    Ma la domanda è: perché il Vaticano ha consentito tale atteggiamento?

    Sembra che sia visto come inutile e problematico, per la Chiesa cattolica, chiamare i propri membri al rimorso e al pentimento

    Nel marzo del 1996 papa Giovanni Paolo II, rivolgendosi al popolo rwandese, ha detto: "La Chiesa non può essere ritenuta responsabile per le colpe di coloro che hanno agito contro la legge del vangelo: essi saranno chiamati a rendere conto delle proprie azioni. Tutti i membri della Chiesa che hanno peccato durante il genocidio dovranno avere il coraggio di assumersi le responsabilità dei loro atti, che sono contro Dio e contro tutti i credenti".

    Se questo fosse stato messo in pratica, avrebbe aiutato il Rwanda a porre fine ad una cultura dell'impunità che va avanti da più di 35 anni. Sarebbe stato un monito per tutti coloro che volessero accogliere l'ideologia obsoleta del razzismo. 

    Ammettere che la continuazione di tali pratiche contravviene ai principi della giustizia e, come tale, può essere punito dalla legge, sarebbe stato un utile deterrente per le guide spirituali di altri paesi. Infine, convenire alle parole del pontefice sarebbe l'unica premessa reale sulla quale si possano basare una durevole riconciliazione, la riabilitazione e la ricostruzione di un paese in seguito ad una tragedia del genere.

    Ho scelto di parlare della Chiesa cattolica in relazione al genocidio rwandese per dimostrare che è l'unica istituzione coinvolta in tutte le sue fasi. 

    Come uomo di legge, per me è sbalorditivo sentir parlare di "amore, verità e fede" portate in Rwanda dalla Chiesa, quando questo paese ha visto massacrare più di un milione di vite umane in soli 100 giorni e l'istituzione ecclesiastica, oggi, continua a proteggere alcuni importanti "uomini di fede" che sono accusati di genocidio tra le sue fila. Dovrebbe punirli, o, quantomeno, denunciarli.

    Non ci sono dubbi sul fatto che, nella storia del Rwanda, i capi della Chiesa hanno sempre avuto stretti legami con il potere politico. La Chiesa è stata coinvolta nella politica dello scontro etnico, degenerato in odio razziale.

    Allo scopo di portare avanti una missione pacificatrice, la Chiesa, in Rwanda come in altre parti del mondo, dovrebbe verificare l'opinione, le pratica, le politiche sociali dei suoi membri e delle sue istituzioni, che troppo spesso, al contrario, hanno incoraggiato le divisioni etniche. 

    Invece che appoggiare i perpetratori di un genocidio e coloro che ne negano la realtà, la leadership della Chiesa dovrebbe mettersi dalla parte della giustizia e delle vittime dell'ingiustizia e così dovrebbe essere percepita dalla gente. 

    La Chiesa dovrebbe ricordare che cosa scrisse Dietrich Bonhoffer nel suo saggio dell'aprile del 1933, "La Chiesa e la questione ebraica". Secondo Bonhoffer, un modo tramite cui la Chiesa potrebbe combattere le ingiustizie politiche sarebbe quello di contestarle e chiamare lo stato alla responsabilità; un altro modo sarebbe quello di aiutare le vittime dell'ingiustizia, che siano esse membri della Chiesa o no.

    Per far cessare i meccanismi dell'ingiustizia, disse, la Chiesa non si può limitare ad aiutare coloro che ne rimangono schiacciati, ma deve intromettersi e rischiare in prima persona.

    Poiché l'ingiustizia è un elemento strutturale di cui il processo di riconciliazione non può fare a meno, la Chiesa dovrebbe trovarsi tra coloro che chiedono una punizione per i perpetratori del genocidio rwandese. Se contribuisse al processo di giustizia, ne conseguirebbe sicuramente la riconciliazione del popolo rwandese, e, in particolare, dei cristiani.

    Sarebbe l'unico modo per la Chiesa di riconquistare la sua credibilità e per svolgere il compito cui è tenuta: essere testimone di fede, speranza e amore, verità e giustizia. 

    Solo così la Chiesa Cattolica potrà, in Rwanda, aiutare il popolo- tutto il popolo- ad evitare sofferenza e spargimenti di sangue nel futuro. 



    Note:

    [1] La colonizzazione europea introdusse, come parte integrante del cristianesimo rwandese, dei miti camitici, secondo i quali i Tutsi - che avevano una carnagione più chiara ed erano dediti alla pastorizia - fecevano parte di un gruppo etnico più civilizzato, proveniente dall'esterno del paese, d'origine camitica. Al contrario, gli Hutu, agricoltori e più scuri di pelle, erano originari della zona e di orgine bantu. Ciò, oltre a non essere assolutamente vero (Hutu e Tutsi fanno parte dello stesso ceppo, i Bantu, e anche la loro lingua appartiene alla stessa famiglia), è stato poi strumentalizzato dalla filosofia del "rubanda nyamwinshi" elaborata dall'ideologia Hutu, che ha così giustificato la legittimità del genocidio sulla base della differenza etnica. 
    Per una spiegazione più dettagliata delle motivazioni culturali pertinenti alle divisioni etniche sfociate nel conflitto Hutu-Tutsi, vedi: http://www.africaaction.org/docs96/zair9612.nzo.htm

    [2] Una chiesa madre è , in un dato territorio, la chiesa preminente sulle altre.

    [3]RPF: nel 1986, In Uganda, gli esili rwandesi sono tra le truppe dell'Esercito di Resistenza Nazionale di Yoweri Museveni, che prende il potere a scapito del dittatore Milton Obote. In seguito a tale vittoria, gli esiliati, a maggioranza Tutsi, formano il Fronte Patriottico Rwandese (RPF). 

    Per una cronologia completa della storia rwandese:http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/shows/rwanda/etc/cron.html
    Tradotto da Roberta Casillo per www.peacelink.it

    Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la 
    fonte,l'autore e il traduttore
     
    [Modificato da ReteLibera 02/06/2012 16:14]
  • ReteLibera
    00 02/06/2012 16:20
    Ruanda: il Medioevo più cupo ancora in vita

      
    Massacri nelle case di Dio: da “B 5 Aktuell”, un giornale-radio tedesco del 9 giugno 2001

    Nel corso di un processo riguardante un genocidio di importanza storica, oggi un tribunale belga ha condannato quattro accusati della Ruanda. Viene rimproverato loro di aver partecipato, nel 1944, al massacro dei Tutsi e, in parte, degli Hutu. Si tratta di un ex ministro ruandese, un professore universitario e due suore cattoliche. Non si è parlato delle condanne inflitte loro, ma è probabile che i colpevoli abbiano ottenuto l’ergastolo.

    Le due suore sono state dichiarate colpevoli in tutti i punti dell’accusa. Pare che abbiano consegnato migliaia di persone alle milizie criminali. E sembra che questo non sia stato un caso isolato.

    La Ruanda – teatro del genocidio più crudele della recente storia africana – è il paese dove i missionari hanno lasciato le maggiori impronte.

    Il 90% della popolazione si definisce cristiana, il 63% è cattolica.

    La parola della Chiesa ha un enorme influsso nel piccolo stato e la Chiesa cattolica giocava, al momento del genocidio, un ruolo molto importante anche nella politica della Ruanda.

    L’arcivescovo cattolico della capitale ruandese Kigali faceva parte della presidenza del partito unitario degli Hutu. Il dignitario più elevato della Chiesa cattolica era, quindi, informato dettagliatamente dei piani criminali della dittatura Hutu.

    Sapeva che erano state importate decine di migliaia di machete dalla Cina e che i burocrati avevano già compilato le liste dei Tutsi destinati a morire.

    Nonostante ciò, l’arcivescovo di Kigali tacque.

    Quando, poi, nell’aprile del 94 ebbe inizio il genocidio della minoranza Tutsi, furono soprattutto conventi cattolici, chiese e stazioni missionarie ad essere trasformati in mattatoi.

    Il caso delle due suore ruandesi, appena condannate dal tribunale belga per aver collaborato al genocidio, non è un caso isolato. Ci sono state molte suore e preti ruandesi che hanno collaborato con gli aguzzini. Alcuni di loro hanno addirittura messo a disposizione delle milizie Hutu gli strumenti di tortura.

    Altri si prestarono ad aprire le porte delle loro chiese e dei loro conventi affinché i profughi Tutsi potessero venirvi massacrati. Persino la cattedrale del centro della capitale ruandese Kigali divenne una trappola mortale per centinaia di profughi Tutsi.
    Il padre V. consegnò spietatamente alle milizie assassine tutte le donne che non volevano andare a letto con lui.

    Subito dopo il genocidio, il padre V. si trasferì in Francia. Nella città francese Nevreux poté continuare indisturbato a celebrare la messa e a distribuire la comunione.

    Nonostante le testimonianze di un centinaio di pagine scritte contro di lui, il Vaticano non sente alcuna necessità di intraprendere qualcosa al riguardo. 250 preti e suore furono vittime loro stessi delle milizie Hutu durante il genocidio.
    E’ vero che ci furono membri del clero e suore che a costo della loro vita nascosero e salvarono centinaia di perseguitati. Tuttavia, la maggioranza della Chiesa ufficiale era dalla parte della dittatura criminale Hutu.
    I sopravissuti del genocidio ruandese aspettano ancora oggi un cenno di scusa del papa.
      
     
     
    http://www.vittime-della-chiesa.it/dieinitiative/dietaeter/massakeringotteshaeusern/index.html



  • ReteLibera
    00 02/06/2012 16:32
    Re:
    ReteLibera, 02/06/2012 16.20:



      


    La Ruanda – teatro del genocidio più crudele della recente storia africana – è il paese dove i missionari hanno lasciato le maggiori impronte.


    Il 90% della popolazione si definisce cristiana, il 63% è cattolica.

      






    LE OMBRE DI WOJTYŁA

    Guardate, e non dimenticate. Hanno beatificato un uomo che non ha mosso un dito per loro.
    Non lo ha mosso per loro, come non lo ha fatto per molte altre persone.

    Queste foto si riferiscono al genocidio in Ruanda, nel 1994.



     

  • ReteLibera
    00 06/06/2012 20:22